12020Ott
Cosentino come Dreyfus

“Sono qui perché le mie notti non siano affollate dai fantasmi della cattiva coscienza”. Cominciava così il mio intervento nell’Aula della Camera dei Deputati, il 12 gennaio del 2012, allorquando intervenni, in nome del gruppo parlamentare al quale appartenevo e nella veste di componente della Commissione per le Autorizzazioni a Procedere. Si decideva sulla richiesta dei pubblici ministeri di arrestare il deputato Nicola Cosentino, indagato nella vicenda denominata “Il Principe e la scheda Ballerina”. In sintesi: si accusava il parlamentare casertano di aver intercesso presso una Banca per la concessione di un mutuo necessario alla costruzione di un complesso commerciale in “odore” di camorra. L’intervento era consistito nella visita fatta presso il direttore di una filiale romana dell’istituto bancario in questione, durata circa 30 minuti, come risultava dal verbale della Digos. Enorme il tomo dell’accusa, composto da circa 800 pagine, pervenuto alla Commissione, appena qualche giorno prima. In quelle pagine venivano descritte, come in un romanzo sceneggiato, l’architettura criminale e le gesta malavitose dei clan dei Casalesi. Un affresco suggestivo, la trama di un film, ma a Cosentino, in quello stesso “romanzo criminale”, venivano dedicate appena una decina di pagine. In sintesi, l’ex Sottosegretario veniva identificato come il riferimento politico dei Casalesi.

Affermazioni apodittiche, quelle fatte dai magistrati della Dda di Napoli, non suffragate da alcun riscontro probatorio, nessun riferimento a fatti concreti: solo le delazioni – confessioni interessate di pentiti – che, indirettamente e per sentito dire, riferivano sul presunto ruolo svolto dall’allora segretario regionale del Pdl. La Commissione parlamentare, come al solito, votò secondo le indicazioni politiche dei partiti, senza alcun riferimento alla fattispecie giudiziaria.

Erano quegli gli anni nei quali prendeva vita la lunga stagione dell’anti-politica, la malmostosa, scandalistica azione mediatico giudiziaria che la sinistra mise in campo per debellare il “fenomeno berlusconiano”. Insomma: ci fu la corsa di taluni partiti a farsi paladini intransigenti della lotta alla malavita organizzata, innanzi ad un’opinione pubblica sobillata quotidianamente e che cominciava ad abboccare alle mistificazioni del moralismo e dei moralisti a senso unico. Una atteggiamento vergognoso che segnava l’inizio della resa della politica e del Parlamento allo strapotere di certi pm e dei loro abusi. Cosentino aveva tutti i requisiti per costituire un bersaglio esemplare: vicino al Cavaliere quanto basta, era elettoralmente fortissimo, tanto da ribaltare in Campania, in pochi anni, la lunga egemonia politica di Bassolino e della sinistra. Per dirla in altre parole: l’ideale per una magistratura che identificava gli uomini vicini a Berlusconi come depositari di consensi elettorali senz’altro equivoci, frutto di collusioni con la camorra.

Semplice, allora, ipotizzare ed applicare quell’abominio giuridico chiamato “concorso esterno in associazione malavitosa”. Un reato impalpabile, tuttora non definito e tipizzato, che inverte l’onere della prova a carico dell’indagato, incastrato e chiamato a smentire le dichiarazioni di pentiti (spesso prezzolati) e giammai verificate. Un’onta sulla nostra civiltà giuridica, che tuttora permane e che un Parlamento vigliacco e codino non vuole disciplinare e regolamentare. In pratica, una sorta di licenza di uccidere uomini e politici lasciandoli nelle mani di talune toghe che non risponderanno mai né della loro negligenza, né degli abusi commessi. A pagare dopo anni di sofferenza ed ingiusta detenzione e le assoluzioni che si sono fin qui susseguite, sarà ancora una volta lo Stato che tenterà di risarcire lo scempio fatto nella vita di persone distrutte dalla mala giustizia. Questa oggi l’amara ed ulteriore considerazione che sovviene alla mente per la sentenza che scagiona Nicola Cosentino da ogni addebito dopo 9 anni di indagine dei quali quasi la metà trascorsi in regime detentivo. Affermai in quell’intervento nell’Aula di Montecitorio, nei cinque minuti concessimi dalla Presidenza, che io non ero un famoso intellettuale e scrittore come Emile Zola, né Cosentino poteva essere paragonato al Capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus, falsamente accusato e condannato per spionaggio nel 1894. Non mancavano però le analogie tra i due casi. In entrambi si trattava di imbastire un processo politico con la finalità di eliminare un personaggio scomodo. Una storia che negli anni successivi si è puntualmente ripetuta in provincia di Caserta, con gli arresti e le inchieste farlocche, finite nel nulla, a carico dei principali protagonisti politici del centrodestra.

Innanzi al proscioglimento di Cosentino, il secondo in ordine di tempo, molti sono quelli che dovrebbero vergognarsi. Alcuni vestono ancora la toga, altri indossano il lacero mantello delle buone intenzioni, quelle che non ebbero il coraggio di manifestare indifesa di un amico innocente.