272020Set
Apolidi casertani

Le prime piogge autunnali portano via le poche tracce di propaganda elettorale che hanno connotato la recente campagna per il rinnovo del Consiglio Regionale. Un evento di basso profilo sotto ogni aspetto. Scarsa la propaganda, pressoché inesistenti i dibattiti e i confronti tra partiti e candidati, del tutto scomparsi i programmi elettorali, condensati negli slogan che ciascun candidato ha ritenuto di associare alla propria foto nelle classiche pose.

E tuttavia l’affluenza alle urne non è crollata a causa delle misure anti Covid-19, mantenendosi entro limiti percentuali sufficienti, peraltro trainata dal rinnovo di molte amministrazioni comunali di terra di lavoro. Insomma, un evento di rilievo regionale si è trasformato in un colossale porta a porta di candidati in cerca di voti nei propri ambiti territoriali e dintorni. Un evento politico di rango superiore trasformato in una kermesse paesana, una lotta personalizzata e, quindi, dequalificata sotto il profilo dei contenuti politici e dei progetti che raramente esorbitavano la cinta daziaria, se non le mura domestiche.

Nessuna traccia dei partiti politici intesi come entità a parte dai propri candidati, nessun dirigente che abbia aperto bocca per cogliere l’occasione di richiamare anche gli aspetti e le posizioni e le considerazioni politiche di carattere nazionale. Quindi si è trattato di una colossale corsa nei sacchi, una sagra alla buona nella quale contava solo scalare il classico palo di sapone per raggiungere lo scranno di consigliere regionale. Come in molti altri casi della vita, anche in politica, si raccoglie quel che si semina e, quindi, l’assenza dei partiti ha prodotto come eletti un semplice elenco di nomi e cognomi.

Non c’è tra gli eletti casertani una sola espressione di partito, un candidato di bandiera, un soggetto nato e cresciuto tra i ranghi del partito che ha rappresentato nella competizione elettorale . Si tratta di vecchi e nuovi transfughi accasatisi per opportunità e per sfruttare circostanze favorevoli alla propria elezione, anche provenienti dagli opposti schieramenti presenti in consiglio regionale. Effetto certamente delle liste civiche che Vincenzo De Luca ha eletto a sistema organico di rappresentanza del diffuso qualunquismo politico, dell’oculato e fruttuoso esercizio del potere, connotato delle cento greppie clientelari degli enti regionali.

In disparte le altre considerazioni di carattere generale, come l’inconsistenza delle liste di Caldoro, lo scioglimento di Forza Italia, che fu per decenni il primo partito in Campania, il flop della Lega che si salva coi voti collaudati e radicati di Zinzi a Caserta e di Severino Nappi a Napoli, entrambi provenienti dal partito di Berlusconi. Insomma, a guardare la storia politica degli eletti, non se ne trova uno che non abbia navigato in lungo ed in largo il mare dei partiti e degli schieramenti politici. Forse è la plastica rappresentazione dei tempi che corrono e caratterizzano la scena politica in Italia e nelle province, sopratutto al sud ove le osmosi elettorali sono dettate da fenomeni clientelari ed opportunistici che hanno prevalso sui residuali valori e convincimenti politici.

Al disincantato elettore, al cittadino scettico quanto disinformato, al saccente che tutto critica ed esecra della politica, al pavido egoista che non spende un solo talento personale ed un solo attimo del proprio tempo per l’impegno politico e sociale, converrebbe chiedere: chi, cosa, perché avete votato? Aver ridotto la politica a patria degli apolidi, di coloro che non credono a nulla e che nulla rappresentano sul piano della idealità e della visione complessiva dei bisogni sociali, a cosa è servito?

Eliminando i questuanti ed i clienti, che di mestiere hanno fatto gli elettori, la cosiddetta società civile quale utile ne ha tratto, oppure pensa di trarre, da questa lotta tra bande? Cosa possono dare alla società, quella anonima e plurale, questi personaggi in cerca di spazio politico, qualunque esso sia, di potere da esercitare per accrescere la forza della notorietà?

Un cesarismo di provincia che non inciderà certamente sui tavoli che contano in Regione, piluccheranno qualche opera pubblica per i sindaci e le comunità che li hanno votati, ma saranno fuori dal contesto decisionale sulle grandi opere e le scelte di ampio respiro. Muti astanti innanzi alla facondia verbale ed al piglio dittatoriale di Vincenzo De Luca, la cui barra politica continuerà a puntare sul versante salernitano e napoletano.

Facemmo appello allo instaurarsi di uno sciovinismo casertano, ovvero alla capacità di lavorare sulla base di una comune identità provinciale. Superando gli schieramenti, sfruttando positivamente il fatto di essere, in fondo, degli apolidi che però non dimenticano d’essere casertani.