222020Set
Tabacchiere di legno

La vittoria del “Si” al referendum, peraltro scontata in quanto agevolata da anni e anni di fake news e di menzogne sulla casta dei politici, ha suscitato euforiche dichiarazioni da parte dei segretari e dei leader dei partiti di Governo. Euforia comprensibile perché il taglio dei parlamentari, in vigore dalla prossima legislatura, costituisce una sorta di “polizza sulla vita” dell’attuale Parlamento e quindi dello stesso esecutivo in carica, immunizzato da ogni serio tentativo di scioglimento delle Camere. Un eventuale defenestrazione anticipata troverebbe, infatti, ben 300 scranni in meno da occupare e non saranno pochi gli “Onorevoli” che terranno bene a mente tale eventualità in caso di fibrillazioni e crisi di Governo. Quel che, invece, non si digeriscono sono le motivazioni addotte sia dal M5S che dal Pd per bocca dei loro massimi esponenti politici. Da parte dei pentastellati sono arrivati i toni trionfalistici di Crimi e Di Maio, i quali hanno ribadito che il Movimento, prima col reddito di cittadinanza e poi, appunto, con il taglio delle poltrone, è rimasta l’unica forza politica in grado di mantenere le promesse fatte con gli elettori assecondando, così, la stagione del cambiamento istituzionale.

Per i due esponenti grillini vale l’attenuante generica di avere scarsa memoria e scarso senso delle istituzioni, nonché quella specifica di dover mentire, come si conviene, in circostanze elettorali. Tuttavia meritano la severa condanna perché di impegni con gli elettori i 5Stelle ne hanno assunti a bizzeffe. E non tutti, anzi, la maggior parte, sono rimasti lettera morta.

Dall’uno vale uno, per capirci, al taglio degli stipendi (e dei benefit) dei parlamentari; dai due mandati elettivi ai No Vax, dalla No Tav in Val di Susa ai No Triv in Puglia, fino alla chiusura (mai avvenuta) di Equitalia, per non dire della morigeratezza delle costumanze e delle abitudini, sempre sventolata con orgoglio ma poi, alla prova dei fatti, puntualmemnte disattesa (leggi utilizzo di scorte, alberghi di lusso, spese pazze ed assunzioni di amici e parenti nei gruppi parlamentari e nei posti di sottogoverno). In ultimo, ma non per ultimo, il voto contrario alla riforma costituzionale di Matteo Renzi che “tagliava” lo stesso i seggi delle Camere e sopprimeva il Senato e quel bicameralismo perfetto che è la vera fonte dei ritardi legislativi. Sia chiaro.

Le stesse attenuanti e la medesima condanna valgono anche per il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Al pari dei Cinque Stelle, egli, infatti, ha rivendicato ai dem il ruolo di essere forza trainante del Governo giallorosso, dimenticando di essersi opposto fino all’ultimo al suo varo e di aver dovuto cedere alla perentoria intesa che Franceschini, titolare del pacchetto di maggioranza nel partito e nei gruppi parlamentari, aveva già sottoscritto con il premier Conte.

Come un “re travicello”, senza nerbo e potere decisionale, Zingaretti cerca di convincere il popolo piddino che questo è solo il primo passo verso altre riforme ancorché non sappia né quali esse siano, né come saranno attuate. Se poi si riferisce alla riforma elettorale allora sfonda una porta già aperta dallo stesso esito del referendum ovvero dalla riduzione del numero dei parlamentari. Una diminuzione che impone una revisione dei collegi elettorali, dei meccanismi di assegnazione dei seggi, che – sarà bene ricordarlo – sono su base nazionale alla Camera e su base Regionale al Senato, affinché nessuna regione resti fuori dal Parlamento e priva di rappresentanti. Così come i regolamenti parlamentari che dovranno essere adeguati alla nuova conformazione di Montecitorio e Palazzo Madama e che disciplinano le prerogative e le modalità di esercizio delle medesime di ciascun Onorevole. A cominciare dal sindacato ispettivo (interrogazioni ed interpellanze), dalla composizione e dal lavoro delle Commissioni parlamentari, dalle materie trattate dalle medesime, fino alla composizione del Governo (sia come Ministri che come viceministri e sottosegretari). Insomma si tratta, in soldoni, di mettere nelle mani dell’attuale Parlamento, a maggioranza relativa grillina, un quadro di riforme istituzionali delicatissime. Un paradosso tutto italiano che lascia come perno del cambiamento una classe di deputati e senatori inesperta giunta, paradossalmente, su quegli stessi scranni con l’intento di aprire il Parlamento come una…”scatola di Tonno”. Quando le convenienze politiche e le tattiche di sopravvivenza di un Pd ormai estrano sia alla sua tradizione che alle sue prospettive di crescita maggioritaria, saranno superate, resterà un’onta sul più grande partito della sinistra italiana che, della difesa del Parlamento e della Costituzione, ha sempre fatto un dato politico distintivo. Ma non c’è da disperare. Senza una campagna elettorale degna di questo nome, senza una parvenza d’informazione televisiva, con il retaggio lasciato da anni di scherno e fango lanciati dal fronte dell’anti politica, un 31% di italiani può costruire una nuova proposta politica di stampo riformista. Ci vorrà tempo, certo.

Uomini adeguati (e possibilmente nuovi) e danaro per esistere pubblicitariamente. Non un’impresa impossibile, ma almeno non dovremo star dietro ai venditori di chiacchiere e tabacchiere di legno, che com’è noto, il Banco di Napoli non impegna.