152020Set
Ossimori

Da queste colonne ho già rimarcato, più volte, la contraddizione socio-economico che vive l’Italia, una nazione che, seppur collocata nell’area d’influenza politica cosiddetta “occidentale”, con istituzioni, cioè, democratiche, gode tuttavia di scarse libertà che non siano soggette all’imperio dello Stato. Una condizione di cui la gente, oggi, non ha alcuna consapevolezza ignorando di vivere in una sorta di grande ossimoro: una mescolanza tra liberismo e statalismo che scaturisce dai compromessi di cui è piena la nostra cara, vecchia Costituzione. Sì, perché la “Magna Carta” risente del particolare clima politico e sociale nel quale, 70 e passa anni fa, fu concepita: quello dell’immediato dopoguerra, con l’Italia uscita con le ossa rotte dal conflitto bellico in cui vent’anni di dittatura fascista l’avevano precipitata. Le forze politiche che furono elette allora (giugno del 1946) per sedere nell’Assemblea Costituente, e dare così vita alla fonte di tutte le leggi, si equivalevano numericamente. Da un lato c’erano i partiti di ispirazione liberale e cattolica, fautori del primato dell’individuo sullo Stato. Costoro rifiutavano l’idea che il diritto positivo, le leggi statali, prevalessero sul diritto naturale degli individui.

Dal lato opposto, c’erano le forze social comuniste e laico azioniste, che aspiravano, invece, ad una società egalitaria, affinché l’interesse collettivo prevalesse su quello individuale ed allo Stato fosse concesso il primato etico. Da un lato, dunque, ecco schierate le élite politiche intellettuali e religiose, formate da liberi cittadini che si vincolavano ad un patto sociale, sotto l’imperio delle leggi, ma pur sempre inteso all’interno di un’organizzazione pluralista dello Stato che garantisse la libera, ordinata e civile convivenza. Sull’altro versante della barricata, le altre élite politiche sociali e culturali, che si ispiravano, all’opposto, ad un modello di Stato garante del bene comune, depositario di un primato morale e sociale, che garantisse l’uguaglianza tra i cittadini innanzi alla società privata ritenuta fonte di disuguaglianza ed appetiti egoistici. Non fu facile portare a sintesi idee così divergenti e contrappposte, fino a quando i leader dei principali partiti dell’Assemblea non trovarono un compromesso, ciascuno con la segreta ambizione di poter ribaltare le cose, in futuro, attraverso il consenso popolare ed il voto.

Ed ecco dunque che la Carta Costituzionale fu improntata all’idea di lasciare lo Stato depositario del bene comune, di una superiore etica dei fini, ma capace comunque di garantire il massimo delle libertà individuali ai cittadini. Fu questo il punto di compromesso, la forza per costruire lo Stato repubblicano ed una società apparentemente pluralista. L’Italia infatti è diventata oggi un paese nel quale le élite che hanno acquisito l’egemonia culturale, quelle cattoliche e comuniste, hanno inteso riconoscere allo Stato un primato morale sulla società. Un paese in cui l’iniziativa privata, subordinata alle finalità pubbliche dell’impresa, ed il mercato di concorrenza, sono intesi come luogo oscuro, fonte di disuguaglianza sociale, devastato dal profitto. Falsi paradigmi, come quello sulla pubblicità dei servizi contrabbandata con la gestione statale dei medesimi, trasformati in rendite ideologiche ed elettorali che la sinistra ha sfruttato nel tempo.

Poi, la tragica caduta dei miti delle società socialiste, bocciate dalla storia, ha indotto la sinistra stessa a trasformarsi convertendosi al liberalismo statalista. Un grande ossimoro anche questo, avvolto in una menzogna ideologica che regge tuttora e che riesce finanche a collocare il socialista John Maynard Keynes, tra gli economisti liberali trasformando la sua teoria dell’intervento dello Stato in economia, addirittura in un principio di…liberalismo economico! Un altro ossimoro è quello rappresentato dalla giustizia sociale: un passaporto ideologico in grado di giustificare e conferire a qualsiasi sperpero di pubblico danaro un’aura di nobiltà. Si tratta invece di un modo surrettizio per favorire “l’etica della tribù”, ovvero elargire sostegno e sussidio alle categorie sociali che maggiormente sono inclini a votare chi detiene il potere. Un’ingerenza nella legge del mercato turbata dalla discrasia di ambiti economici o sociali favoriti dalle provvigioni statali, contro altri ambiti rimasti tali. Gli italiani comunque se ne fregano e preferiscono turlupinarlo lo Stato, qualunque sia la sua dimensione costituzionale.

In barba alla moralità e preferendo aderire ad ipotetiche rivoluzioni farlocche, ma a concreti redditi di cittadinanza, evadendo le tasse e scansando il dovere della politica. Cosa altro c’è che calzi più comodo a questo popolo di un eterno ossimoro?