92020Set
Porta Pia

Il 20 e il 21 settembre prossimi il popolo italiano sarà chiamato alle urne per eleggere sette governatori regionali. Si rinnoveranno anche un migliaio di consigli comunali e relativi sindaci. Lo potranno fare direttamente gli elettori. Scegliere il presidente della Regione, il sindaco della città, le maggioranze che governeranno, sulla base dei programmi preventivamente dichiarati.

Democrazia diretta, maggioritaria, scelte chiare e senza compromessi e baratti postelettorali, cambiamenti di fronte più o meno sottobanco, anche in contrasto con i programmi e le scelte preelettorali. Fu questa una conquista delle battaglie referendarie innescate da Mariotto Segni negli anni Novanta del secolo scorso, con l’ausilio di coloro che aderirono successivamente ai comitati referendari. Adesioni trasversali, personalità politiche, oppure di semplici cittadini, che intesero andare oltre lo stazzo dei singoli partiti e delle loro trincee ideologiche. Si pose fine alla pantomima postelettorale della vecchia legge proporzionale, le istituzioni ed il popolo stesso potettero conoscere subito il risultato, dopo il responso delle urne.

Sono passati oltre trent’anni da quella rivoluzione civico-cultura che cambiò faccia alla politica italiana. Le forze della protesta contro le logore furbizie tattiche e le anacronistiche liturgie partitocratiche si fecero, al tempo stesso, forze di proposta e di cambiamento, evitando di indulgere nel moralismo, nel giustizialismo, nell’antipolitica. Non ci fu la sollevazione di un moto perpetuo di indignazione popolare, niente a che vedere con quello che abbiamo visto di recente. Non ci furono rivoluzione parolaie, teorie farlocche sul capro espiatorio, quelle che addossavano a politici ed al Parlamento ogni nequizia ed ogni sperpero, un moto rancoroso sfociato nell’odio sociale e nello sberleffo continuo alle istituzioni politiche e parlamentari. Fu una lezione di maturità politica, di saggezza popolare, che riuscì a cambiare le cose della politica senza delegittimare e senza infangarle nessuno.

Un sistema che ancora regge, dopo oltre un quarto di secolo, consustanziale a scelte amministrative che garantiscono alternanza al potere ed esiti diretti del voto, senza compromessi successivi. Cosa è successo negli anni a venire, fino ad oggi, che ha distrutto quel buon senso, la capacità di sapere riformare il sistema istituzionale, politico ed elettorale senza scadere nella gogna sommaria e nella mistificazione della storia politica in Italia? Perché il popolo ha accettato supinamente che quella legge elettorale maggioritaria fosse cancellata per le elezioni politiche parlamentari, che si ritornasse alle pastoie della partitocrazia e del foro boario postelettorale per formare maggioranze aritmetiche senza alcuna coesione?

Prossimamente ci recheremo alle urne per votare un referendum, rimasto semiclandestino, che vuole ridurre i rappresentanti del popolo in Parlamento in nome di una serie di questioni palesemente ininfluenti. Dalla riduzione di trecento parlamentari non verrà un risparmio di spesa significativo, anzi sarà ridicolo e marginale rispetto all’ammontare scandaloso raggiunto dal debito pubblico, che continua a crescere vertiginosamente per i mille Rivoli di spesa di uno Stato bolso ed inefficiente, leggi che dispensano assistenza e agevolazioni ad intere categorie sociali. Non verrà una maggiore efficienza, perché il bicameralismo perfetto resterà tale e le leggi si palleggeranno tra Camera e Senato come sempre. Si allargheranno gli ambiti territoriali rappresentati dagli eletti, che portano l’Italia al sesto posto in Europa, ed allontanano gli eletti dagli elettori.

Ma il maggior vulnus per la democrazia verrà dal concentramento delle volontà politiche in poche mani, dalla maggiore capacità di controllo sui parlamentari da parte dei partiti, ovvero di coloro che li candidano. Nessuno dimentichi gli effetti del combinato disposto della riduzione dei parlamentari in un sistema elettorale ove sono le liste di partito a farla da padrone, quindi le volontà dei maggiorenti dei partiti medesimi. Non serve un ulteriore rigurgito di antipolitica, falso quanto inutile, per migliorare le cose in Italia.

Il 20 settembre del 1870 i bersaglieri entravano a Porta Pia compiendo l’annessione di Roma al regno sabaudo. Posero termine al potere temporale della Chiesa, detronizzarono l’ultimo Papa Re, Pio IX. Quest’ultimo proclamò il “Non Expedit” (non giova, non conviene) per i cattolici a partecipare alla vita politica del Regno d’Italia. Fu una grave limitazione per tutta la politica italiana tenere fuori i cattolici dal Parlamento e le innovative idee della dottrina sociale della Chiesa dai principii di gestione del Governo.

La Storia ci pone innanzi ad un altro 20 settembre. Ora ci tocca sconfiggere l’antipolitica imperante, il qualunquismo come dottrina sociale. Insomma, occorre una nuova Porta Pia.