242020Ago
Degli Amori perduti

Emanuele Severino, grande filosofo italiano, da poco scomparso, ci aveva già avvertito sui reali vantaggi che l’umanità avrebbe tratto aggrappandosi al progresso tecnologico. È diffusa l’illusione che i saperi tradizionalmente acquisiti attraverso lo studio, la lettura dei testi, l’esercizio quotidiano, il tradizionale e complesso sistema di mettere informazioni e nozioni nella cascina della memoria, siano ormai considerati alla stregua di orpelli desueti se non inutili. Tuttavia se l’uomo abbandona la strada, dura ed irta, di acculturarsi secondo il metodo didattico “tradizionale”, lo sforzo menmonico, la capacità di razionalizzare e risolvere problemi teorici e pratici, si trasforma nel terminale degli strumenti che gli forniscono le nozioni stesse di cui ha bisogno. A ben vedere il danno non è solo gnoseologico e culturale, ovvero riferito alla conoscenza, ma è diventato addirittura esistenziale, tanto per i singoli che per la collettività. Ormai siamo giunti alla scomparsa dell’Umanesimo, inteso come applicazione allo studio di quello che ci proviene dal mondo classico e da quel periodo di straordinarie acquisizioni per l’arte, la poesia, la letteratura, le scienze noto con il nome di Rinascimento. Un oblio che ci ha sostanzialmente impoveriti e stravolti sotto il profilo dell’identità dell’Uomo erudito. È pur vero che siamo una Nazione affetta dal provincialismo e dal bovarismo, che ci sentiamo emancipati allorquando ci parifichiamo con società estere tecnologicamente avanzate. Una parificazione che, a ben vedere, ci inorgoglisce ma ci impoverisce e ci sottrae il valore delle radici culturali tramandateci dall’Umanesimo. Un italiano che visiti un museo, assista ad una rappresentazione teatrale, degusti cibo e vino, osservi una bellezza paesaggistica, apprezzi il mare o la montagna, ha come termine di paragone, negli occhi e nella mente, il meglio che si possa avere sulla faccia della Terra. Parliamoci chiaro: non c’è strumento tecnologico che possa rimpiazzare quel termine di paragone della bellezza, della grazia, della conoscenza, dell’elevazione dello spirito umano.

Il genio italico, l’inventiva, il gusto, che caratterizzano la nostra industria manifatturiera, hanno certo giovato del progresso tecnologico e sopratutto di quello merceologico. Quest’ultimo, però, è un progresso dell’effimero divenuto indispensabile, supporto alla vita dei singoli individui, dei loro gusti e della loro necessità, spesso indotti dall’offerta ammaliante del mercato di concorrenza, veicolata dalla pubblicità. Insomma la corsa al possesso degli oggetti ritenuti indicatori sociali, veri e propri status simbol d’agiatezza economica e di un superiore livello sociale, i blasoni di una nobiltà moderna. Un’araldica farlocca, realizzata senza il supporto dei complementi educativi, connotazione distintiva della signorilità e della cultura.

In soldoni: soggiacere alle mode ed utilizzare acriticamente gli strumenti che ci fornisce il progresso, ci massifica anche senza la consapevolezza di esserlo. Anche i nuovi, velocissimi, strumenti di comunicazione hanno innovato profondamente le relazioni commerciali modificando il nostro modo di essere e le interazioni sociali, le relazioni personali. Sui social con il termine “amico” si intende un semplice contatto elettronico. Questo per dire come le interazioni siano sì veloci, ma spesso anche prive di veridicità e di consistenza. L’idea che chiunque possa parlare senza titolo alcuno ha elevato la presunzione del sapere in uno con l’improntitudine di volersi confrontare. È ormai consuetudine stare a tavola, anche in famiglia, consultando tablet ed iPhone, ignorarci nelle comunità, perdersi nella solitudine esistenziale pensando di essere al crocevia del mondo e delle opportunità. Perdiamo, in questa orgia di notizie e di contatti virtuali, sentimenti e rapporti familiari, relazioni amicali, cultura e conoscenza personale. E accumuliamo disaffezione allo studio. I sociologi parlano di “società liquida”, deprivata di antiche e solide strutture interpersonali cementatesi nei secoli. Una società ormai secolarizzata, che ha cancellato valori morali, idealità e passione politiche, credo religioso, distinzione culturale.

Insomma i sentimenti e l’Amore stesso che li compendia. E mentre, con la forza dei supporti tecnologici, ci sentiamo come il Sisifo di Camus, tanto liberi da rinnegare gli dei, basta un virus per mettere tutti in ginocchio. Un esempio di scuola viene dal fatto che accettiamo supinamente che il potere costituito abbia la facoltà di chiuderci nelle case, di manipolare l’informazione, di confonderci e terrorizzarci rendendo indistinti gli infetti con i malati. Insomma un’epidemia nella quale il virus lo andiamo a cercare e quando lo troviamo, perché aumenta il numero dei test eseguiti, cresce il panico. L’Uomo sta consumando, sull’altare della tecnica, molto pregi e molti valori. Un giorno, nei libri di storia, questa sarà denominata “l’epoca degli Amori perduti”.