212020Ago
L’incompiuta

È cosa nota che con il termine “Prima Repubblica” si intenda il periodo di tempo intercorso tra il primo gennaio 1948 fino all’inizio di quella complessa e controversa vicenda politico-giudiziaria che va sotto il nome di “Tangentopoli” o, come altri sostengono, fino all’applicazione della nuova legge elettorale maggioritaria detta “Mattarellum” scritta e votata dal Parlamento italiano sulle ali della vittoriosa campagna referendaria voluta da Mariotto Segni. L’introduzione di un sistema maggioritario determinò, in quel periodo (correva il 1993), un consequenziale e naturale accorpamento delle forze in campo. Una rivoluzione che travolse schemi partitocratici, cancellò le abitudini e le vecchie liturgie post elettorali tra i partiti. Il sistema maggioritario, autentica novità nello scenario politico nazionale, consentiva di scegliersi il candidato in un collegio uninominale, la maggioranza di governo e designare finanche il leader nella persona del capo della coalizione vincente. Un sistema, quest’ultimo, modificato in seguito per ben due volte ma che garantì la perfetta alternanza alla guida del Governo e la nascita di aree politiche più ampie. Tuttavia anche quella fase ebbe termine col governo Pd di Matteo Renzi, che insieme a Grillini e Leghisti, votò in Parlamento la legge elettorale proporzionale, plasmando così una nuova norma che mise insieme forze politiche fino a quel momento antitetiche e dichiaratesi da sempre ostili. Insomma: un vergognoso voltafaccia per quegli elettori che avevano votato secondo i programmi elettorali di quegli stessi schieramenti ma che se li ritrovavano ora al governo insieme con avversari politici fino a quel momento osteggiati. A mio giudizio questo patto di governo postumo e truffaldino, frutto di una “paventata necessità” come dissero allora i contraenti, ha segnato, con i due governi Conte, la fine anche della “Seconda Repubblica”.

Una fine coincisa con la scomparsa del maggioritario e la rivincita della politica dei partiti, identitaria e frazionistica, rispetto alle coalizioni di più ampie vedute e dimensione. Eppure non ancora si intravedono le stigmate della “Terza Repubblica”. La ragione è semplice: il sistema elettorale proporzionale ci riporta indietro nel tempo, alle vecchie furbizie della Prima Repubblica, ai giochi di corridoio post elettorali, al controllo partitocratico, peraltro esercitato su di un ridotto numero di parlamentari. Resta da capire come poter uscire da questa “incompiuta” che dura ormai da un lustro. Un teatro tragico che si ingarbuglia di personaggi in cerca di autore, che pare abbia ereditato il peggio della Prima Repubblica e pure della Seconda. Per capirci. Della Prima ha ereditato la frammentazione partitica ma senza più partiti organizzati fatti di democrazia interna e di regole statutarie, di militanza e di partecipazione convinta.

Della Seconda ha preso il leaderismo dei partiti personali e televisivi, dei bellimbusti che girano per i “talk show” e si fanno intervistare dai giornalisti compagni di merende. In questo squallore c’è chi rimpiange la Prima Repubblica e chi addirittura il vecchio imbonitore, Silvio Berlusconi, che nel teatrino della politica mostrava di avere charme ed una metodologia innovativa di comunicazione (che poi ha fatto scuola). Il rischio è che in questa stagnazione, coperta se non giustificata dall’emergenza Covid-19, si cerchi di galleggiare per non affondare, nel mentre il resto della Nazione sprofonda nella crisi economica senza ritorno.

Insomma: che alla fine l’ambiguità della politica, la paralisi del sistema della rappresentanza parlamentare ci porti in dote, per stato di necessità, un super tecnico al timone di Palazzo Chigi. Viene alla mente un apologo sull’opera incompiuta del musicista Schubert. Il direttore di un ente ebbe un biglietto omaggio per assistere al concerto di quell’opera, ma essendo impegnato regalò il biglietto al capo del personale, uomo che professava d’essere vocato all’efficienza ed alla giovinezza, sia in azienda che in politica. L’indomani il direttore chiese al suo delegato notizie sul concerto e questi gli consegnò una relazione scritta dalla quale si evincevamo ben cinque note critiche. La prima, che i quattro oboe dell’orchestra, per molto tempo, non avevano suonato e bisognava quindi ridurne il numero, ripartendo meglio il carico di lavoro su tutti gli strumenti.

La seconda: i dodici violini avevano suonato la stessa nota, quindi bisognava ridurne il numero. La terza: gli ottoni ripetevano la stessa nota degli archi e quindi anch’essi andavano ridotti. La quarta: se tali passaggi ridondanti fossero stati eliminati la durata stessa del concerto si sarebbe ridotta di un terzo del tempo. La quinta, che così facendo Schubert avrebbe ben potuto…completare la sua incompiuta!!

Purtroppo a tanti Italiani l’incompiuta piace ascoltarla così com’è. Come la buona politica.