192020Lug
Todos Caballeros

Non ho profonda conoscenza del periodo storico che coincise con la dominazione spagnola di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia. Un dominio militare, culturale, artistico, organizzativo e burocratico del vicereame. Un’influenza che non solo diede vita al vero e proprio regno di Napoli e delle due Sicilie, ma che influenzò profondamente la lingua, le abitudini sociali e culturali, la religiosità e le usanze più comuni tra le quali il manifesto e servile ossequio verso i potenti. Si trattava di un facile conferimento di rispettosi attributi civici, di titoli encomiastici verso chiunque sembrava poter esercitare una potestà.

Fu così che prese corpo l’abitudine di attribuire appellativi a buon mercato, si sprecavano le “eccellenze”, il “don” gli “ onorevoli” ed i cavalierati. L’attribuzione del titolo di “cavaliere” era frequentissima ed esorbitava il rispetto dell’araldica e del possesso dei requisiti necessari di colui che aveva ricevuto il titolo dal popolino. Una pratica tanto diffusa che diede origine al detto ironico, creato in Spagna per il vicereame di Napoli, dove erano “todos caballeros”.

La politica di oggi, in quanto specchio della società, ha largamente utilizzato questo retaggio culturale nella nostra terra, impastato con il familismo amorale e il clientelismo politico. La scomparsa dei partiti di massa, delle ideologie e delle idee ha lasciato campo libero alla politica spicciola ed alle attribuzioni di titoli anche a chi non ne possedette mai il controvalore culturale e politico.

Da queste stesse colonne abbiamo già descritto il novero delle forze organizzate intorno alla riconferma, come governatore della Campania, di Vincenzo De Luca, stigmatizzando la confusione, le novità stupefacenti di interi pezzi storici di centrodestra passati inopinatamente tra fila dell’ex sindaco di Salerno. Abbiamo evidenziato che questa eterogenea coalizione potrebbe andare incontro a forti contrasti futuri. Sul versante opposto, quello del centrodestra, dobbiamo invece registrare una generale fuga soprattutto tra le fila di Forza Italia. Per vicissitudini giudiziarie o per pavidità e calcolo politico, sono molte le defezioni nella squadra di Silvio Berlusconi.

Eppure, stiamo parlando di un partito che in Campania ha toccato vette di consenso inaspettate e maggioritarie. Non sono pochi coloro che senza arte e parte politica si trovarono catapultati per molti anni nelle aule parlamentari. Oggi, nel momento del bisogno, dopo lustri di militanza parlamentare a buon mercato, a cura, spese e voti di Berlusconi, ci si aspetterebbe che mettessero il petto in avanti candidandosi personalmente ed arginare la prevedibile emorragia di consensi. Parliamo di quelli che, quando alcuni loro colleghi denunciavano la desertificazione del partito, sostituito dal cerchio magico, accettarono tutto, supinamente, con obbedienza cieca ed incondizionata, pur di ottenere la certezza di una ricandidatura.

Quando questo miracolo elettorale si andò affievolendo, tanto da non garantire certezze per nessuno, si riunirono in camarille invece di aprirsi al contributo della società civile, fusi in gruppi esoterici il cui unico scopo era di occupare i residuali spazi per la propria rielezione. Come sul Titanic che affonda, portavano a Palazzo Grazioli notizie di improbabili rinascite, giammai accompagnati di un pensiero critico, ma solo da qualche gustosa mozzarella di bufala. Ormai il servilismo e l’accondiscendenza al capo erano gli unici requisiti graditi ai padroni del vapore. Furono tanti coloro che andarono via, ma nessuno li ha mai degnati di una sola parola, a dimostrazione che quegli abbandoni risultavo graditi per restringere spazi e godersi la sicurezza della elezione.

Insomma, la politica non interessava, se non nella parte di applicazione pratica, con l’occupazione di enti partecipati, la collocazione di amici e parenti oppure di avvenenti e sconosciute fanciulle cooptate nel cerchio magico. Ora la nave affonda e i topi abbandonano lo scafo, incapaci di organizzare un pensiero nuovo, una cosa che non sia il salto della quaglia per passare con Salvini o Meloni, nuovi azionisti di maggioranza del centrodestra.

Ora battono in ritirata e si spogliano della responsabilità di attribuirsi una sconfitta annunciata alle regionali, capeggiati, si fa per dire, dall’esangue ed imperturbabile Caldoro. Un leader capace ma senza nerbo, intento a costruire sul proprio martirio per una sconfitta annunciata, una futura chance compensativa di essere ministro, qualora il centrodestra vincesse le elezioni politiche.

In passato furono todos caballeros, oggi nessuno ha coraggio e la forza etica di condividere il motto assunto dai veri e nobili cavalieri spagnoli: la sconfitta è il destino delle anime ben nate.