212020Giu
Il Partito degli Apoti

Fu Giuseppe Prezzolini, insuperato intellettuale della borghesia italiana degli inizi del secolo scorso, a coniare il termine di “Apoti” in un articolo pubblicato nel 1922 sulla rivista Critica Liberale di Piero Gobetti. Quest’ultimo era l’ideatore del socialismo liberale, un ossimoro politico che tentò di conciliare le istanze dello Stato liberale e dei diritti degli individui con la necessità di riforme sociali intese a risollevare i ceti meno abbienti in Italia.

Fu quella un’epoca di rivoluzioni sociali e politiche, con contrapposte violenze tra i socialisti, divenuti poi comunisti massimalisti e marxisti che, ispirati dalla rivoluzione russa, occupavano le fabbriche ed i fascisti del Cavaliere Benito Mussolini. Il futuro Duce, gradito agli agrari ed alla ricca borghesia industriale, faceva comodo affinché si opponesse agli espropri proletari, oltre che rivendicare e rappresentare i diritti e le aspettative di coloro che avevano servito la Patria, nella vittoriosa prima guerra mondiale, vittoria tradita e svenduta dai governanti italiani.

Prezzolini invocava la nascita di un movimento al quale avrebbero dovuto aderire tutti coloro che non volevano lasciarsi imprigionare nelle feroci contrapposizioni che stavano dividendo l’Italia. Far sorgere un una forza capace di non lasciarsi abbindolare e condizionare dagli opposti estremismi, che “non la beveva” innanzi alla propaganda di massa e non rinunciava alle “regole di onestà intellettuale che la generale grossolanità, violenza e malafede (dei contrapposti schieramenti) rendono più che mai necessario mantenere”.

Gli Apoti erano coloro che non la bevevano, che non facevano distinzioni tra gli schieramenti politici, che non parteggiavano e non militavano, ma si riservavano di giudicare sulla base della obiettività che scaturiva dai fatti e dalla tutela degli interessi generali della nazione. Gli Apoti erano convinti che ciascuna forza politica, che ne avesse avuto la possibilità, avrebbe fatto cose identiche a quelle dei propri avversari, essendo prevalente la logica del tornaconto elettorale e la conquista delle leve del potere. Una sensazione che ho spesso toccato con mano nelle aule parlamentari, ove si svolgeva essenzialmente il gioco dell’appartenenza e dell’ipocrisia, più che un’obiettiva disamina dei problemi e dei possibili rimedi.

Quanti milioni di cittadini oggi in Italia avvertono un senso di impotenza, innanzi alla mediocrità dei protagonisti della scena politica? Quanti coloro che sono rimasti basiti innanzi al formarsi di un Governo tra coloro che in campagna elettorale si erano dichiarati alternativi ed acerrimi nemici? Quanti coloro che ancora più basiti hanno assistito al rovesciamento del governo da destra a sinistra con il medesimo presidente del Consiglio? Quanti sono gli elettori che si sentono truffati del voto che hanno espresso? Esiste dunque un substrato civico di Apoti in grado di riconoscersi in un comune sentire e di organizzarsi fuori da ogni schema preordinato, per far prevalere anche il proprio punto di vista nell’epoca del trasformismo e dell’approssimazione politica?

Occorrerebbe raccogliere, con una libera sottoscrizione o con donazioni liberali, risorse finanziarie per eseguire dei vasti sondaggi di opinione, facendo sorgere dal basso una idealità terza e neutra, in grado di determinare il risultato elettorale sulla base di quella coerenza comportamentale ed onestà intellettuale oggi assenti. Una simile impostazione culturale vide la luce negli anni Ottanta del secolo scorso, allorquando si andò formando un’opinione politica estranea a quella propinata dai grandi partiti politici dell’epoca e dagli stessi onnipresenti sindacati. Fu la marcia dei quarantamila della Fiat guidata da Luigi Arisio, che si identificò nella maggioranza silenziosa ed astensionista degli italiani stufi dell’eterno identico gioco dell’oca tra comunisti ed anticomunisti.

Da quel movimento nacque, successivamente, un patto elettorale, detto dei Mille, formato da cittadini noti e meno noti che si impegnavano ad appoggiare, per mandare in parlamento, la migliore espressione della società civile. Da quel movimento vennero fuori Mariotto Segni e tanti altri che divennero i protagonisti dell’ultima grande stagione riformista in Italia, quella referendaria. Una stagione, Patto trasversale, che portò all’Italia l’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di Provincia e Regione, un sistema maggioritario che consentiva al popolo di scegliere con il Parlamentare nel proprio Collegio elettorale anche il primo ministro (capo della coalizione vincente indicato nel simbolo) ed il programma di governo. Si garantirono così anni di alternanza al potere nel rispetto della volontà popolare riducendo le pratiche del mercimonio politico limitato con la sola preferenza.

C’è ancora in giro chi ha il coraggio di marciare per l’Italia per la buona politica? Agli Apoti l’ardua sentenza.