142020Giu
Acciaio & Sprechi

L’Italia è un Paese cripto-socialista ed è ancor più palesemente una nazione statalista, anche se non sono in molti a rendersene conto. Una distrazione funzionale alla politica che elargisce assistenza e beneficienza a piene mani a clienti che di mestiere fanno gli elettori.

Lo Stato italiano possiede oppure partecipa in quota parte a circa diecimila aziende, gestite da oltre venticinquemila dirigenti nei consigli di amministrazione, tutti di nomina politica. Lo Stato imprenditore, anche con quote di minoranza, può esercitare il diritto di veto in grado di bloccare le decisioni non condivise. In nome di questa vocazione imprenditoriale e della presunta superiorità etica delle finalità perseguite, lo Stato si è reso responsabile, nell’era repubblicana, in una serie spaventosa di disastri finanziari e di fallimento di imprese decotte, acquistate in condizioni economiche e funzionali pessime, solo per salvaguardare l’occupazione.

Nella cosiddetta Prima Repubblica era stato istituito un apposito Ministero, quello delle Partecipazioni statali, che puntualmente presentava un bilancio paurosamente in perdita andando ad accrescere il debito pubblico. Non fu un caso fortuito che quella classe politica fu defenestrata da Mani pulite, l’evento etico-giudiziario che attraversò sia il mondo politico sia quello imprenditoriale con esso colluso. Fu infatti dalla svendita della Montedison a Raul Gardini che venne fuori un ingente spreco di danaro per il quale nessuno ha pagato la colpa, se non quelli che a vario titolo si trovarono coinvolti nel fenomeno della maxi-tangente di 300 miliardi di lire versati a partiti e singoli personaggi politici.

A distanza di anni, quello che fu fatto per la chimica di Stato è stato ripetuto, pari pari, per un’altra azienda statale decotta ed in perdita economica cronica: l’ILVA di Taranto. Negli anni del boom economico, l’Istituto per la ricostruzione industriale, l’IRI, varò un programma per rendere l’Italia uno dei maggiori Paesi al mondo produttori di acciaio. Senza badare a spese e alla salvaguardia ambientale.

Ma laddove la gestione di un’azienda è di tipo politico e non qualificatamente imprenditoriale, pensando alla clientela politica e non a quella commerciale, nel volgere di qualche lustro si finisce per affogare tra i debiti. Ecco che si ripresentano le condizioni che lo statalismo ha determinato e che pretende di eliminare con una vendita a buon prezzo a dei privati. Quelli che subentrano nella gestione dell’acciaieria appartengono alla famiglia Riva, imprenditori scaltri e navigati che riescono ad ottenere la vendita a circa la metà dell’investimento fatto dallo Stato. Si accollano le spese di gestione e salvano l’occupazione e la produzione di acciaio. Eppure, nello stesso periodo, lo stesso Stato dismette progressivamente il più vecchio impianto in funzione, quello di Bagnoli, che tuttora comporta pagamento di straordinari ad operai e dipendenti che non si vollero licenziare.

I Riva disattendono gli impegni contrattuali, per quanto riguarda la salvaguardia ambientale e l’ammodernamento di alcuni altiforni. L’aumento del costo del chilowatt, dovuto all’abbandono del piano energetico nucleare da parte dello Stato, fa volare il prezzo dell’energia necessaria per la produzione dell’acciaio. La produzione cala, insieme alle vendite, e l’azienda va in crisi completa allorquando una indagine giudiziaria svela che i piani di salvaguardia ambientale sono inattuati.

I Riva, che hanno dichiarato in venti anni ben 17 miliardi di euro di guadagno, non hanno adeguatamente investito in efficienza produttiva e sicurezza ambientale. Ai primi avvisi di garanzia fuggono a gambe levate, mentre lo Stato gli riesce a sequestrare pochi spiccioli. Ancora una volta si è consentito di privatizzare gli utili e rendere pubbliche le perdite.

Ricomincia la vecchia solfa della salvaguardia dei livelli occupazionali. L’opinione pubblica pressa sulle scelte dei politici e dei magistrati. Ecco che subentra, vincendo una pubblica gara, l’industria franco-indiana Arcelor Mittal, che già opera a Piombino. Appena firmato il contratto, i nuovi gestori propongono una norma legislativa che li immunizzi dai vincoli in materia di responsabilità pregressa e chiedono aiuti economici come sgravi ed agevolazioni. Il vecchio ricatto per disarmare lo Stato riprende ed il dramma sociale ed economico si ripete. Potremo star certi che, dopo essersi indignato, lo Stato imprenditore calerà le brache ed userà il danaro dei contribuenti per risanare ed accontentare i nuovi imprenditori.

Rispetto alle storie passate, niente di nuovo e soliti sprechi. Resterà solo da appurare se in questo via vai di miliardi di euro non si sia perso qualcosa per la strada. Ma è ancora presto per saperlo.