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Il trionfo di Keynes

Uno degli economisti liberali più noti al mondo, sostenitore del libero mercato di concorrenza senza ingerenza o turbativa da parte dello Stato, l’americano Milton Friedman premio Nobel per l’economia, soleva ripetere che nessun pranzo è mai gratuito. Alla fine ogni elargizione statale dovrà essere pagata da qualcuno.

In genere a pagare è il contribuente sotto forma di tassa o balzello. È vero, infatti, che non esiste il danaro pubblico ma solo il danaro che esce dalle tasse dei contribuenti, soprattutto da quelli il cui reddito non è occultabile. Ma nell’opera di elusione fiscale gli italiani sono maestri sia per antica diffidenza verso lo Stato sia per l’esosità di quest’ultimo, gravato dai debiti accumulati e dagli interessi passivi pagati sui titoli di Stato venduti, per finanziare il debito. Le proposte per ridurre le aliquote di tassazione, per quanto invocate, sono sempre rimaste ferme al palo, ancorché con le aliquote più basse ci sarebbe maggiore gettito fiscale per la minore convenienza ad evadere l’imposta da parte del contribuente.

Laddove lo Stato è ridondante, presume di dover condurre per mano i cittadini dalla culla alla bara, intervenendo in tutti gli ambiti della vita sociale ed economica della nazione. Un malvezzo che in Italia ha afflitto, trasversalmente, tutti i governi, sia quelli presunti liberali sia quelli socialisti, che si sono alternati al potere. Utilizzare il danaro pubblico, ovvero spendere soldi che non si hanno, accumulando debito, è un lascito delle teorie keynesiane che assegnano allo Stato il compito di intervenire in economia falsando l’equilibrio del mercato di concorrenza, favorendo uno o più dei competitori.

I partiti che si trovano a gestire le istituzioni, elargiscono favori e vantaggi alle categorie sociali più forti sul piano del consenso elettorale. Eppure, la menzogna della giustizia sociale, intesa come teorica distribuzione della ricchezza prodotta ai ceti meno abbienti, dura da sempre per diffusa e tacita convenienza. Prevale, invece, l’etica della tribù che premia talune categorie sociali in danno di altre, in genere i produttori di quella ricchezza che si pretende di ridistribuire.

Con i parametri fissati a Maastricht furono introdotti correttivi e limiti al rapporto tra il debito statale ed il prodotto interno lordo delle nazioni. In Italia si stabilirono criteri gestionali e finanche modifiche costituzionali per realizzare il pareggio di bilancio. Vincoli che fecero tramontare l’idea dello Stato imprenditore e spendaccione che investe per gestire le crisi economiche. Su questa china di rigore, molti governi pagarono dazio, tagliando vari lacci e lacciuoli della spesa statale. Si fermò in tal modo lo sciupio di danaro nelle diecimila aziende, in grande parte decotte ed indebitate, tuttora partecipate dallo Stato italiano.

Questo nuovo scenario chiuse alla fonte il traffico di consensi nelle segreterie politiche, ove si elargivano posti per infarcire il pubblico impiego, pensioni calcolate anche su base retributiva, trasferimenti ed imboscamenti nei meandri delle strutture statali, appalti e lavori eterni in durata con tutto il corredo di corruttela. Furono lacrime e sangue per necessità di risanamento economico dello Stato. Fino a quando non allignò la menzogna dei Cinque Stelle che tutto il debito pubblico accumulato fosse il frutto di ruberie politiche e dello sperpero di una casta parlamentare che aveva affamato il Popolo.

Sull’onda del consenso costruito su questa falsa asserzione, ripetuta fino all’ossessione, presero il potere i nuovi assalitori della diligenza statale. Il reddito di Cittadinanza, senza lavoro, fu l’ultima invenzione per rinnovare l’uso della leva della spesa pubblica. Sovranisti si chiamarono coloro che non volevano fare più sacrifici sul versante interno, per mantenere la nazione dentro i limiti di bilancio. E venne, infine, salvifica l’epidemia virale. La Banca Centrale Europea cominciò a pompare miliardi a quegli Stati membri maggiormente colpiti, come l’Italia.

La legislazione d’urgenza dispensò decine di miliardi, in un orgia di debito alle stelle e di crollo del PIL (prodotto interno lordo) per obbligo di quarantena. Insomma, virus fece rima con Keynes e con la teoria dell’intervento statale a debito crescente. Nessuno rammenta che i debiti strozzeranno nella morsa della tasse gli aneliti di ripresa economica nei prossimi anni. Nel mentre, gli errori sulla gestione dell’emergenza sanitaria ci portano alla crisi del sistema produttivo e della ricchezza nazionale, trionfa l’allegra finanza statale, e lievita il debito pubblico oltre ogni limite di decenza.