32020Giu
Patria

Si è celebrata in tono minore la festa della Repubblica. È stata istituita in ricordo della celebrazione del referendum del 2 giugno 1946, allorquando gli italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica. I risultati, frettolosamente proclamati, sono stati oggetto di ricorsi e di contestazioni per anni, almeno fino a quando è vissuto a Cascais, in Portogallo, l’ultimo re, quel gran signore che fu Umberto II di Savoia. Fu chiamato il re di maggio per la brevissima durata del suo regno.

Il Principe di Napoli, erede al trono, era subentrato al padre Vittorio Emanuele III che aveva abdicato ed era riparato in esilio in Egitto. Per quanto breve fu la durata del suo regno, Umberto aveva conquistato già il cuore degli italiani, insieme alla moglie Maria José, principessa del Belgio, per gli atteggiamenti assunti prima, durante e dopo il conflitto mondiale. A differenza del padre Vittorio Emanuele, il piccolo ed antipatico re sabaudo, che aveva aperto la strada di Roma ai fascisti in marcia verso la capitale con a capo il Cavaliere Benito Mussolini e le sue camice nere.

Quest’ultimo aveva subito con cinismo l’instaurazione del regime dittatoriale, condiviso la politica coloniale e la megalomania dell’Impero, consentito lo scioglimento delle Camere parlamentari e dei partiti politici, in pratica l’occupazione dello Stato da parte degli uomini del Duce. A guerra persa, con identica atarassia assiste alla caduta del regime, alla resa dei conti interna al PNF, sostituendo a capo del governo Mussolini con il Maresciallo Badoglio. Quest’ultimo si arrende subito agli anglo-americani, lasciando in balia dei tedeschi e senza ordini i resti dell’esercito italiano. Vittorio Emanuele III fugge poi verso Pescara, per mettersi al riparo dalla rappresaglia tedesca che si abbatte sugli inermi con vari eccidi di poveri cittadini e di militari italiani, rimasti fedeli al sovrano.

Sono passati oltre settant’anni da quei giorni tragici, dalla pace riconquistata dopo la liberazione dai tedeschi e dalla fine della guerra civile insorta tra i partigiani, i militari e quella parte di italiani rimasti in camicia nera, fedeli al Duce nella costituita repubblica sociale di Salò. Con la vittoria della repubblica sulla monarchia, il popolo volle dare un colpo di spugna a tutte queste tribolate e tragiche vicende, credo indipendentemente dalla scelta di una nuova forma di Stato. Cosa è rimasto di quello spirito di riscatto nazionale, di quel sentimento di Patria che tenne uniti gli italiani, della stagione costituente che gettò le basi per scrivere la legge delle leggi che avrebbe garantito nel tempo diritti e prerogative civiche per tutti gli italiani? Hanno ancora un senso compiuto e condiviso dal popolo il regime repubblicano, la democrazia e le istituzioni parlamentari, la politica come strumento di governo della cosa pubblica e di garanzia di libertà individuali? Cosa siamo diventati in questi settant’anni di elezioni politiche, di consessi democratici, di scadimento dei partiti democratici in partiti di plastica su base personale, fino alla affermazione di un avventurismo incolto e pseudo rivoluzionario del Movimento 5 Stelle?

Passati dalla prima repubblica dei partiti di massa alla seconda repubblica dei leader telegenici e, infine, alla terza repubblica della perdita assoluta di ogni riferimento ideologico e culturale, cosa ne è stato del sentimento nazionale e della identità di un popolo che pare fremere di orgoglio solo innanzi all’inno di Mameli ed al tricolore quando siamo impegnati in eventi sportivi? È fondata, allora, l’idea che gli italiani hanno ingegno per distinguersi e primeggiare singolarmente nel mondo ma che l’Italia, come nazione, non avrà mai un posto al sole nel consesso delle nazioni con radicato senso identitario come quelle anglosassoni? Eppure uno degli argomenti più gettonati, nell’odierno dibattito politico, è il sovranismo, ovvero la rivendicazione di una identità nazionale e di un potere decisionale che non si pieghi alle esigenze del mercato globale, alla cessione di sovranità innanzi all’Unione Europea dei mercati e dei mercanti.

È questo sentimento di difesa delle prerogative nazionali un mero espediente dialettico tra politiche configgenti, oppure un ritorno all’idea che essere italiani possa significare qualcosa che valga veramente? Qualcosa che, senza alcuna retorica patriottarda, ci faccia sentire uniti e solidali ed in grado di saper rinunciare anche ad eventuali vantaggi economici offerti dall’Europa e dal mondo economico globalizzato, a fronte di un felice recupero dei valori costituenti nazionali. E se così fosse, questo ritrovato spirito di Nazione ci potrebbe dare lo slancio decisivo per far prevalere gli interessi nazionali sulle beghe particolari e sulle consorterie speculative?

Non sarebbe male che fosse la scuola a rilanciare la storia ed il sentimento di patria come cultura. Insomma, innanzi ad un tricolore, si ci senta, semplicemente, italiani.