102020Mag
La lezione di Sturzo

Che dopo questa drammatica esperienza il mondo non sarà più come prima, sembra pacifico. Nei tre mesi di quarantena siamo rimasti tappati in casa terrorizzati dai numeri di morti ed infetti. Quel numero di decessi, eccessivo perché mal calcolato solo sulla porzione nota degli infetti, come fu denunciato da queste colonne, si è rivelato farlocco, se non volutamente sovradimensionato dai governanti per ottenere un più rigido rispetto delle regole di distanziamento sociale.

Il tempo passa e la storia della pandemia in Italia comincia ad avere chiarificatrici conferme, le verità scientifiche si conclamano, rendendo addirittura ridicole le teorie epidemiologiche sciorinate da alcuni uomini scienza, trasformati in oracoli dal circo massmediatico italiano. Ormai è assodato che il virus italiano fosse autoctono, che avesse infettato milioni di persone e quindi fatto stragi in Lombardia ove era preesistente a quelli importati dalla Cina. Un virus che girovagava per le valli bergamasche e le inquinate pianure del bresciano fino dal mese novembre del 2019, così come poco dopo infettava in Francia e Germania.

Appare sempre più probabile, grave e diffusa, la responsabilità per tutti coloro che non hanno dato ascolto alle voci dissonanti di altri scienziati. Hanno proibito ai medici, prime vittime sacrificali, di eseguire dal principio gli esami autoptici sui deceduti per accertare le vere cause dei decessi. Per questo si arriverà certamente ad aprire un grande processo politico, sanitario e giudiziario, perché decine di migliaia di vittime lo reclamano.

Ma c’è anche un’altra partita da giocare. Si tratta della nuova struttura ed organizzazione sociale che si imporrà per la vita della comunità italiana, dovendo quest’ultima convivere con il morbo e la sua probabile recrudescenza autunnale. Bisognerà fare i conti con i vincoli alla libertà dei singoli e delle imprese e conciliarli con l’esigenza di riprendere lavoro e produzione. Purtroppo al peggio c’è sempre il peggiore, ecco quindi risuonare sinistre alle orecchie dei liberali le parole che taluni politici a sinistra fanno riecheggiare, ovvero un rilancio della funzione pervasiva e monopolistica dello Stato. L’idea sarebbe quella di prestare danaro alle imprese in difficoltà e di controllarne l’impiego, facendo cedere allo Stato quote di partecipazione al capitale dell’impresa finanziata.

Una via di mezzo all’italiana, tra il corporativismo economico del ventennio fascista, con la compartecipazione delle forze del lavoro agli utili dell’impresa, e lo statalismo classico dei marxisti che demonizzano il privato, confondendo il profitto con i profittatori. Modelli anacronistici, storicamente e tragicamente falliti.

Romano Prodi, boiardo di Stato per eccellenza, vagheggia addirittura una nuova IRI, forse resuscitando anche il famigerato Ministero delle Partecipazioni Statali, quel carrozzone politico caratterizzato da clientelismo, affarismo, scandali politici e debiti da intestare alla comunità. Sotto mentite spoglie, innanzi all’immagine rassicurante di un Giuseppe Conte che si spaccia per liberal-democratico, risuscitano gli eredi del PCI e della Sinistra DC. Nel mentre il mondo ed i mercati si sono globalizzati, si ritornerebbe alle politiche del lavoro centralizzate e vincolate ai veti delle centrali sindacali. Tutto sotto lo sguardo inebetito ma credo compiaciuto dei Sanculotti Grillini, rivoluzionari da strapazzo a cui poco interessa che la nazione rischi di tornare ai tempi degli scempi partitocratici.

Ritornerebbero i condizionamenti sindacali, i diritti senza doveri, i lavoratori senza lavoro, il salario variabile indipendente della produzione. Un vecchio armamentario che per decenni ha imbolsito la pubblica amministrazione e si è colluso con l’imprenditoria assistita dallo Stato, quella che privatizza gli utili e pubblicizza le perdite. Se così fosse, approfittando di un popolo narcotizzato dalla paura e disinformato da certa stampa, prevarrebbe l’andreottismo delle coscienze di chi ci governa ed il saccheggio del pubblico erario.

Don Luigi Sturzo, in uno scritto contro lo statalismo, spiegava quanto fosse fallimentare, perché rompeva il nesso etico tra la ricompensa ed il merito. Le aziende non venivano gestite secondo i criteri della impresa e della produttività, ma occupate dagli uomini che rispondevano ai partiti politici che avevano occupato lo Stato ed erano gestite secondo gli utili degli occupanti. Quella lezione del grande Prete di Caltagirone è rimasta per molti anni inascoltata dal ceto politico, nell’ultimo quarto del secolo scorso. Una visione presaga ed illuminata che non merita di nuovo l’oblio, potrebbe rivelarsi l’antidoto per affrancare il popolo italiano da una nuova stagione di boiardi e ruberie.