122020Apr
Post Democrazia

Il perdurante stato di isolamento costringe milioni di persone all’inattività. D’altronde, si sa, la vita è un bene prezioso: va preservato e garantito. Ne deriva che la forzata segregazione e l’inibizione dell’esercizio delle libertà, non siano tanto espressioni di un regime autoritario, quanto della necessità di dover tutelare la salute di tutti i cittadini. Tuttavia quando questa costrizione si prolunga nel tempo, comincia ad assumere il connotato di una segregazione generatrice d’ansia, angoscia e disagio, che mal si tollera, anche nelle coscienze di chi pure, inizialmente, l’aveva accettata di buon grado. Uno stato di disagio che si acuisce ulteriormente innanzi a talune realtà che si sono manifestate, in queste settimane, agli occhi delle persone più riflessive ed avvedute, maggiormente interessate al buon funzionamento della democrazia in Italia. Un vecchio adagio liberale afferma che non ci sia potere che non corrompa, né potere assoluto che non corrompa assolutamente.

Quale potere è più assoluto di quello che discende dallo stato di necessità, dalla legislazione d’urgenza e dai poteri immensi affidati ad un organo monocratico come la nomina di un commissario con pieni poteri nel mentre le aule Parlamentari sono chiuse? Quale potere più assoluto di quello nelle mani del Governo che partorisce, ogni giorno, Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, oppure Decretazioni d’urgenza per dare corso a provvedimenti, fronteggiare necessità che comportino una impiego di danaro pubblico del valore centinaia di miliardi?

Si tratta di dover assicurare quel che serve nello stato di calamità, innanzi a centinaia di decessi ed all’espandersi morbo virale. Ciò nonostante è molto facile prevedere che su queste procedure piomberà, a posteriori ed a cose fatte, uno stuolo di Procure e di pubblici ministeri che andranno a spulciare gli atti cercando errori, elaborando teorie delittuose e l’immancabile tintinnio delle manette. Ma tant’è, così va la vita in Italia. Credo però che quello che oggi debba preoccuparci non è tanti il rinnovarsi della cosiddetta “questione morale” oppure il protagonismo moralistico giudiziario di talune toghe e di taluni oracoli della stampa, quanto la recrudescenza di un generale disaffezione al pluralismo, al confronto dialettico, al rispetto per le istituzioni in genere. Ovvero della sorte stessa del regime democratico. Preoccupano, infatti, a mio giudizio, il tentativo di piegare tutta l’informazione alla diffusione delle notizie cosiddette ufficiali e di censurare oggi voce fuori dal coro. Preoccupa la tenaglia della cosiddetta ortodossia scientifica, che si auto- celebra per bocca di taluni uomini di scienza, accreditati come tali presso la grande stampa che li indica come oracoli della verità. E non c’è gaffe e sbaglio previsionale da questi commessi, che ne possa scalfire la credibilità. Una credibilità spesso incontestata perché altri uomini di scienza vengono censurati dal circuito mediatico, sovente diffidati e sbeffeggiati dai rappresentanti di quel sedicente “Patto Trasversale per la Scienza”, stipulato tra politici e portatori di interessi commerciali più che scientifici. La stessa rete social, pure baluardo di libertà individuali fini a poco tempo fa, è finita sotto attacco ed ora rischia di incappare nel cosiddetto processo di “normalizzione”. Proprio quella rete che pure, in passato, ha fatto la fortuna di taluni partiti politici e portato al governo le schiere grilline.

Un ceto politico, quest’ultimo, che per quanto giunto da poco alla ribalta nelle vesti di “rivoluzionari del terzo millennio”, è già stato discreditato e ripudiato da quella stessa massa di followers che prima lo osannava. Ebbene, in questo caotico turbinio di eventi si ha la sensazione che nel momento dell’urgenza e del dramma si vada facendo strada un’idea sbrigativa di democrazia, un surrogato particolare, una sorta di post democrazia che aliena molte delle certezze di un tempo, riducendo la libertà di pensiero, fino ad uniformare il mondo della comunicazione, compresa quella scientifica, piegandola ad interessi spuri e mutevoli. Sembra un paradosso, ma mentre in tutto il mondo aumentano le democrazie liberali e sempre più Stati attingono ai modelli ed alla tradizione del liberalismo parlamentare, questa stessa dottrina vede diminuire prestigio, credibilità ed importanza proprio in quei paesi in cui i principi liberali si sono affermati da più tempo. È il caso della vecchia Europa e del Nord America. Forse che i cittadini di queste antiche democrazie ritengono di aver diritto, senza assoggettarsi ad alcun obbligo democratico, ad essere depositari e beneficiari di un progresso creduto irreversibile, del diritto alla libertà creduta gratuita ed inalienabile, alla democrazia immarcescibile, alla opulenza della vita divenuta inalterabile?

In questo momento di dramma, di morte ed interrogativi sul futuro stesso della umanità, nessuno può rinunciare alla democrazia ed ai diritti civili ritenendoli privi di interesse innanzi ai pericoli ed alle incertezze del domani. Una post democrazia surrogata di quella vera, è perniciosa e mortale per la crescita futura della società quanto e forse più della sconfitta del coronavirus. Ritornano alla mente allora le profetiche parole proferite per esortare il popolo alla vita pubblica di un grande politico e di un vero democratico, Giuseppe Dossetti, “L’unica possibilità e la condizione pregiudiziale di una ricostruzione stanno proprio in questo, che una buona volta le persone coscienti e oneste si persuadano che non è conforme al vantaggio proprio restare assenti dalla vita politica e lasciare quindi libero il campo alle rovinose esperienze dei disonesti e degli avventurieri”.