292020Mar
L’ultima ora

Il tempo passa e tutto consuma. Per quanto sia l’autunno della nostra esistenza, la vecchiaia, si sa, è anche l’età che conserva un proprio fascino: quello di portare alla mente pensieri e nozioni che neanche ricordavi di aver imparato. Le notizie che la stampa e la televisione ci rovesciano addosso, tutte eguali, rattristano gli animi ed allarmano le coscienze innanzi al morbo virale che, come un castigo biblico, ci sovrasta e ci dichiara inermi. Ma, di pari passo, l’animo umano si ribella all’acquiescenza e si rinvigorisce, trincerandosi intorno a valori religiosi e trascendenti ed a quelli della solidarietà che rilanciano, di pari passo, anche quelli identitari di un popolo che assume, finalmente, la consapevolezza di essere Nazione. Bandiere ai balconi e le più svariate iniziative di mutuo sostegno, morale e materiale, sono lì a certificare questo “risveglio tricolore”. Bellissima l’iniziativa dei Napoletani che aggiungono alla tradizione del “caffè sospeso”, ovvero quello di lasciare pagata una tazzina al bar per l’ignoto avventore di turno che non può permettersela, quella della “spesa sospesa” in favore degli indigenti. Un fiorire di virtù civiche e morali, insomma, che emerge forte da una società ritenuta ormai anonima e “liquida” per la mutevolezza dei costumi e delle opinioni che si vanno formando rapidamente grazie alla capillarità ed alla velocità dei social network.

Un riscatto inaspettato, se vogliamo, per un nuovo umanesimo pieno di valori, dato per morto a causa dei fenomeni legati alla globalizzazione ed al culto del denaro e del benessere perpetuo. Finanche il teatro della politica appare fermo in questa fase. Le schermaglie e le accuse reciproche sulla validità degli accorgimenti adottati per fronteggiare l’epidemia di coronavirus, sembrano cedere il passo al cospetto di quella solidarietà nazionale che in altre epoche ha consentito al Belpaese di sconfiggere crisi economiche, eversione, terrorismo e attacchi della malavita organizzata. La sensazione di maggiore sgomento viene, tuttavia, dall’interrogativo rappresentato dal futuro, dalla ripresa economica, dalla salvaguardia dei posti di lavoro e dalla qualità e quantità della assistenza che lo Stato potrà garantire ai cittadini ed alle fasce deboli in rapida espansione. Diciamocela tutta: peserà sul domani non soltanto la crisi dell’economia conosciuta ma anche di quella “sommersa” che produce circa il 15 percento del nostro prodotto interno lordo e che consente a milioni di italiani di sopravvivere lontano dai canali cosiddetti “ufficiali”. Un mondo sconosciuto, il cui dramma, però, finirà inevitabilmente per riverberarsi, in maniera negativa, sugli effetti della congiuntura, rendendo le cifre dell’Istat non più un fatto puramente teorico ma tragicamente aderente alla situazione reale della disoccupazione. Una minaccia che rischia di innescare la rottura della pace sociale e l’innesco di fenomeni di violenza e di degrado. Anche con Bruxelles, a pandemia finita, occorrerà chiarire fino in fondo la reale utilità di appartenenza delle Nazioni del Sud Europa al blocco Ue. Se nel momento del bisogno i calcoli saranno quelli dei ragionieri e dei banchieri, non vedo rosee prospettive per l’unità del Continente. Tuttavia è anche giusto ricordare che non si può in alcun modo dimenticare la massima economica liberale che “nessun pranzo è gratuito”, ovvero che l’aumento del debito pubblico sarà accollato ai contribuenti delle prossime generazioni, che le stesse gratificazioni e gli aiuti ai contemporanei saranno “scontati”, sotto forma di debito e di crisi economica, dai nostri figli e nipoti.

Da quei posteri, cioè, che oggi non votano e non protestano e che, come tali, non preoccupano i governanti. Insomma: occorre equilibrio e pazienza, disciplina e senso civico caratteristiche che, ahinoi, non sempre si addicono al popolo italiano. E’ anche vero, però, che in tempi eccezionali gli abitanti dello Stivale ci hanno spesso abituati a fornire risposte eccezionali. E allora coraggio! Nel 1849 Arnaldo Fusinato, poeta patriottico, scriveva per Venezia assediata dalle forze austriache e ormai allo stremo della resistenza, che “il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca”. Questa per l’Italia non è l’ultima ora, e sui nostri balconi non sventolano drappi. Forse ne usciremo più poveri ma ce la faremo.