92020Feb
Dialogo intorno alla politica

È immaginario il dialogo che vi proponiamo dalle colonne di questo giornale. Ma tremendamente reale, evocativo, concreto. Più che un dialogo può intendersi un’ipotetica “chiamata alle armi”. Un appello al dovere civico del “fare”. E potrebbe riguardare ciascuno di noi, visto l’attuale livello (molto basso, a dire il vero) del dibattito politico nazionale, della scadente qualità del nuovo che è avanzato. Nessuno escluso. A patto però che si sia animati dal proposito di dover contribuire a risollevare le sorti della Nazione. Ecco il contesto immaginario. Viene chiesto a Tizio, intellettuale di fama, scrittore di peso, con un’eredità di alcune legislature alle spalle ed un po’ di disillusione sul groppone, quale sia il suo sentimento attuale verso la politica che anima le piazze e riempie le urne nello Stivale. In particolare, che voglia residuale abbia ancora di misurarsi con la difficile “arte” della gestione della res publica. “Io credo fortemente – è la sua laconica risposta – che la vera grandezza consista nel capire quando è il momento di uscire di scena”.

Ebbene: “quel momento è arrivato, perché la scena non ci appartiene più. meglio dedicarsi alla propria professione e servire progetti inerenti e plausibili di quella tipologia professionale. Solo in questo modo penso sia giusto proseguire” conclude allargando, sconsolato, le braccia. L’interrogante, Caio, resta alquanto basito ma per nulla spiazzato dall’incipit dell’amico Tizio e replica: “certo amico mio, nel mio dire c’è una malinconica verità, e ti dico che non sono d’accordo coi tuoi propositi di disimpegno, che non puoi consegnarti all’oblio come un quisque de populo. Sei stato un personaggio pubblico per anni, hai scritto libri che hanno risvegliato menti e coscienze, partecipato, tra i primi ed i migliori, alla stagione referendaria che introdusse il maggioritario e l’elezione diretta di sindaci e presidenti di Provincia e Regione dando al popolo la potestà di sceglierli senza sotterfugi e voltafaccia post elettorali. Poi, parlamentare per alcune legislature, sei tuttora tra le intelligenze più acute della Nazione. Non ti puoi pensionare come quello che va ai giardinetti dopo aver fatto il post telegrafico. Non lo puoi fare sia per quello che sei stato sia ancora di più per quel che ancora sei”. “Viviamo In un momento di barbarie sociale e politica, di cancellazione della ragione, della storia della Nazione e delle Istituzioni – rincara la dose Caio – non si può dire: ‘scusate ma ho già dato’. Le bandiere non si ammainano nel momento della battaglia”. Certamente, è la disamina che riecheggia, forte, nel dialogo sulla politica tra i due erranti, Caio continua: “nessuno ti obbliga ma non è giustificabile dire ‘anche gli altri, compagni di strada di un tempo, per lo più non sono disponibili’. Perché, allora, non coinvolgere le forze nuove, le associazioni, uomini di cultura seppure meno noti, docenti e giornalisti, categorie professionali vessate dalla stagnazione politica e culturale delle mancate riforme?

Caro Tizio, conclude Caio, “si può essere sconfitti di nuovo ma avendo rispetto di se stessi e nessuno scrupolo sul quale recriminare in futuro”. Tizio annuisce e ribatte: “Continuiamo a discuterne, mi piace farlo con te, troviamo un po’ di tempo per farlo. Comunque come sai e immagini, ho già combattuto battaglie senza notorietà e senza prospettive. Non è la sconfitta che mi spaventa”. Finisce così il dialogo tra gli anonimi erranti intorno al dovere di non ritenersi ormai inutili a concorrere alla edificazione bene comune. Non pensate di riconoscervi in queste due figure emblematiche? insomma, da che parte state?!!