12019Dic
Il finto tonto

Con l’avvento della cosiddetta “Seconda Repubblica” il teatrino della politica si è arricchito di un cospicuo numero di “uomini nuovi”. Impeccabili, costoro sono balzati alla ribalta con cipiglio politico e verve morale. Qualità che poi, alla prova dei fatti, si sono rivelate opinabili e scarsamente coerenti. Uomini nuovi, che sostenuti dal battage pubblicitario, da una certa stampa codina, dall’uso scaltro e continuo dei social, sono apparsi addirittura come inviati dalla provvidenza. Un popolo fatto per lo più di clienti (che di mestiere fanno gli elettori), incline, quasi ontologicamente predisposto, a credere a tali accadimenti, ha finito col riporre in queste figure la speranza che la cuccagna di aiuti, assistenza e servizi gratuiti con oneri a carico dello Stato, potesse continuare imperterrita nel tempo. Con buona pace della montagna di debito pubblico ritenuto dagli elettori una questione del tutto marginale ed un affare dei soliti politici di turno. Insomma il vecchio motto aggiornato del “Francia o Spagna purché se magna“. Di converso, gli uomini della provvidenza, usando il grimaldello della contestazione radicale, sono riusciti a conquistare il potere ed hanno poi governato la Nazione. Fino a quando altri uomini ancor più puri di loro, non li hanno epurati.

Sarebbe lungo fare tutti i nomi, da Berlusconi a Fini, da Veltroni a Franceschini, da Rutelli a Bersani, da Prodi a Di Pietro, da Monti a Letta, da Renzi a Gentiloni fino a Conte: tutti avvolti in un fazzoletto di poco più di un ventennio. Cosa sia rimasto dei loro propositi di cambiamento, degli esiti rivoluzionari rispetto alla funzione ed al funzionamento dello Stato, al riordino di settori nevralgici come Scuola, Sanità, Giustizia, Previdenza Sociale, al contenimento del debito Statale (palla al piede che ci inchioda alla crisi economica), si stenta a definirlo. Ma c’è un problema ulteriore che grava sulla politica italiana, che nella “Prima Repubblica” era inesistente e che oggi limita e rende addirittura marginale il potere politico, legislativo ed esecutivo: quello dell’invadenza della Magistratura ed il debordante spazio che occupa certa parte di essa. Un potere, quello dei giudici, che pone la Giurisdizione al primo posto nella classifica dei poteri repubblicani, tanto grande da poter vanificare finanche il responso liberamente espresso dagli elettori rendendo la democrazia ancella dei provvedimenti di certi pubblici ministeri. Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente, chi lo esercita spesso si mostra un invasato che pensa di essere il depositario di un compito moralistico e di redenzione sociale e non un sereno strumento della giustizia. Si obietterà che le garanzie costituzionali, il diritto di difesa, i tre gradi di giudizio, il tribunale della libertà, l’istituto del giudice terzo (Gip), il rito accusatorio al posto di quello inquisitorio, sono ampie garanzie di tutela della libertà del cittadino.

Obietto chiedendo: di quale cittadino? Forse, non sempre, di quello anonimo e comune, non certo di persone che sono alla ribalta della notorietà pubblica, quindi esposte al giudizio della gente. Costoro possono essere spazzati via da un avviso di garanzia, dalle smanie politiche e pubblicitarie di certe toghe che d’altronde fanno carriera per anzianità e notorietà. Che dire del reato di concorso esterno impalpabile ed estraneo al codice penale ed all’abominio del carcere preventivo fino al cervellotico reato di traffico di influenza? Ebbene oggi i media sono tutto un riecheggiare degli strepiti indignati di Matteo Renzi, il “nuovo” che è avanzato, per le indagini della Finanza sui fondi ed i finanziamenti pervenuti alla sua Fondazione.

Eppure il “rottamatore”, nel recente passato, ha egregiamente diretto un partito (il Pd), e presieduto un governo tutto “pappa e ciccia” con quei magistrati che ora lo perseguiterebbero, e di cui lui stesso ha incentivato poteri e possibilità d’ingerenza nella vita politica italiana. Oggi Renzi fa il “finto tonto” e “schiamazza” con la stessa foga con la quale ieri faceva a gara a chi era più più puro degli altri.