172019Nov
I Trinaricuti

Aveva ragione il grande scienziato Albert Einstein: è più facile rompere un atomo che cancellare un pregiudizio. Nel caso di specie, si tratta di qualcosa di ben più grande di uno stereotipo, di una vecchia abitudine. Si tratta di una forma mentis, della superbia intellettuale di taluni (presunti) “maître à penser” mischiata al proselitismo di una massa militante a cui piace apprendere le cose per “sentito dire”. Evidentemente non sono bastati i continui risciacqui in Arno del “linguaggio” usato dei comunisti di un tempo. Non è bastata la trasformazione del Pci in Pds prima, Ds poi e Pd infine, né il trasformismo di facciata di una certa sinistra antagonista. Vero è che Zingaretti farfuglia cose ovvie. E che il segretario dei dem non ha alcuna “sembianza” che lo distingua da un agiato borghese che gioca a fare il socialista. Resta il fatto che la manifestazione di giovedì scorso, in piazza Maggiore a Bologna, dei centri sociali, ai quali hanno dato man forte le sedicenti forze progressiste della sinistra, per contestare la presenza di Matteo Salvini, risponda ad un’antica, quanto logora ed odiosa tradizione.

Affonda, cioè, le proprie radici nella presunzione che quelli di sinistra siano dei “sinceri democratici”, gli unici, cioè, a potersi realmente fregiare di quel titolo. Più ci si sposta sul versante opposto, invece, e più diminuisce il tasso di “sincerità democratica” fino ad annullarsi del tutto. Fino a far insorgere, ancor più a destra, i fantasmi del passato: quelli della reazione e, addirittura, del fascismo. Che il comunismo sia stato dichiarato finito e fallito dalla Storia e soprattutto dai popoli che lo hanno subìto, non aliena in questi protestatari a senso unico il sentimento di superiorità né la faziosità politica. Eppure la Storia ha scoperchiato e portato alla luce tragedie e nefandezze orrende di una dottrina tirannica che ha preteso di poter interpretare il corso stesso delle vicende umane, di prevederne addirittura gli esiti e lo sbocco. Si pensava che in Italia fossero ormai lontani i tempi del mito di “falce e martello”, della redenzione degli oppressi con la costruzione di una società massificata. In epoche lontane i sinceri democratici hanno tollerato di tutto sul loro versante politico, arrivando ad adorare icone farlocche, osannando schiere di dittatori spacciati per eroi del proletariato, fino a giustificare regimi crudeli e sanguinari.

Ebbene, costoro, unici e gelosi custodi della libertà e della democrazia (che poi non praticano e non conoscono), agiscono contro Salvini con la violenza e la tracotanza tipica di chi è abituato a sentirsi dare sempre ragione. Nossignore, il leader della Lega, come i due giovani militanti di FdI aggrediti nel silenzio generale degli antirazzisti e degli antiviolenti, nei giorni scorsi, a Torino, non ha il diritto di fare campagna elettorale nella dotta Bologna diventata, per mano di questi intolleranti, il luogo della discriminazione politica. Hanno fatto ancora vincere l’idea che chiunque possa batterli, nella competizione elettorale, rappresenti più che un avversario, un nemico mortale da sconfiggere, il male assoluto contro il quale mobilitare tutto e tutti esacerbando gli animi ed aizzando la folla. Roba già nota nel secolo scorso, allorquando ad Alcide De Gasperi, che stava risollevando le sorti dell’Italia dopo la tragedia umana e le distruzioni della guerra, i “compagni” affibbiarono l’appellativo di “odioso Cancelliere” nel mentre gli stessi tacevano sulle purghe staliniane e sugli strani silenzi-complici del loro leader Palmiro Togliatti, segretario del Comintern (il Comitato del Comunismo Internazionale), il quale non mosse un dito mentre Mosca faceva passare per le armi migliaia di comunisti europei riparati nella “Patria del Socialismo”.

Una doppiezza che è diventata ontologica e che rinnova l’abitudine di criminalizzare gli avversari di turno per poi eliminarli per altra via. Io non so chi vincerà le elezioni in Emilia Romagna, so invece che a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino non siamo stati ancora in grado di eliminare i fantasmi del passato, il fanatismo e l’odio nei confronti di chi non la pensa come noi. Una politica che non riesce ancora ad affrancarsi dagli odiatori professionisti e dai “faziosi Trinariciuti” che Giovanni Guareschi illustrava sul suo giornale, “il Candido”, non ha alcun futuro. I Trinariciuti, comunisti ortodossi, esecutori diligenti degli ordini e dei contrordini perentori del “partitone rosso”, si distinguevano per le tre narici del naso in segno di diversità. Stento ad immaginare quale sia stato l’elemento fisico che, tre giorni fa, distingueva questi rivoluzionari da operetta in piazza Maggiore.