152019Nov
Arcana Imperi

La gestione del potere ha acceso, da secoli, grandi ed appassionate discussioni. La più famosa è quella che si è sviluppata attorno al libro che più di tutti ha trattato e diffuso l’argomento: il “Principe” di Machiavelli. Famoso e conosciuto il detto “il fine giustifica i mezzi”, una cinica e pragmatica visione della vita politica che ha influenzato, non poco, varie generazioni di statisti. Una massima tanto influente e duratura, che è riuscita a cavalcare il futuro.

Quella ideata del vice cancelliere della Repubblica Fiorentina, non è solo un epigramma ma una filosofia, un modo di essere, che ha trovato adepti in ogni epoca politica. Un esempio classico del “Machiavellismo,” può essere rintracciato nell’agire di Berlusconi che, come Giovanni e Lorenzo il Magnifico, ha coltivato l’idea di poter essere l’artefice di un nuovo “rinascimento” sia in parole che in opere. Purtroppo, come spesso è capitato a coloro i quali coltivano smisurate ambizioni, anche lui ha immaginato e praticato il sublime ma poi praticato il mediocre. L’uomo di Arcore ha dapprima agito con sfoggio di grandi idealità, proposto la nascita di un partito liberale a vocazione popolare, circondandosi delle menti più preparate che la cultura liberale dell’epoca potesse annoverare, anzi, come in diversi casi, convertendo al proprio credo personalità provenienti da un sinistra che aveva deluso tutte le aspettative e vanificato tutte le opportunità di rinnovare ed emancipare lo Stato ed il governo della Nazione. Intellettuali come il filosofo Lucio Colletti e Gianni Baget Bozzo ne furono gli esempi più eclatanti insieme a tanti altri dirigenti provenienti dalle file socialiste e repubblicane.

Il nerbo però era costituito da dirigenti ed elettori con idee consustanziali a quelle esposte del Cavaliere, ovvero che avevano militato e votato per la Democrazia Cristiana e che si rifacevano alla visione socio economico del popolarisimo liberale di Luigi Sturzo ed Alcide De Gasperi. Il successo fu insperato per dimensione e modalità. Erano gli anni post Tangentopoli: ben pensanti, moderati e ceti produttivi, si illusero di poter realizzare l’auspicato e mai realizzato ammodernamento della vita pubblica e l’efficientamento dello Stato. Il sistema elettorale maggioritario e la possibilità, da parte degli elettori, di poter indicare, col proprio voto, squadra di governo, premier e programma, contribuirono ad eccitare le speranze. Come sia andata a finire, dopo venti anni, quella vicenda, è storia recente e ben nota. In che misura la perdita di ogni idealità, l’abbandono di ogni proposito di costruire il nuovo a vantaggio dell’utile politico contingente, abbia trasformato la politica in un sordido mestiere per arrivisti sfaccendati, non possiamo misurarlo ma certamente addebitarlo a quella filosofia del “mezzo che giustifica il fine”. Berlusconi è stato molte cose ed ha senz’altro caratterizzato un’epoca, cambiando liturgie e consuetudini ma non è riuscito ad eliminare né la politica politicante né la subalternità della stessa al piccolo cabotaggio quotidiano.

Che si stia consumando in maniera invereconda la morte per asfissia di quello che fu il più grande partito dei moderati italiani, Forza Italia, la dice lunga sulla mancanza di ogni residuale valore tra le file berlusconiane, anche quello del decoro personale. È di queste ore la telenovela che vede protagonista Mara Carfagna, un tempo beneficiaria delle attenzioni che il Cavaliere ha sempre riposto nelle persone telegeniche nonché prone a subire i suoi desiderata politici, anche i più bizzarri. Persone che hanno resistito alle temperie ed ai capovolgimenti di fronte dell’inner circle Berlusconiano anche quando questi, degradando culturalmente, sembrava avere più punti di contiguità con le maîtresse che con i maître a penser di un tempo. Mara deve, come tanti altri, tutto al Cavaliere ma ha anche ripagato lo stesso con servigi che pochi avrebbero saputo offrire. Ha ingoiato per anni ogni amenità, ogni stoltezza, ogni voltafaccia. Non credo abbia ancora debiti verso il proprio benefattore, come molti invece, le imputano, ma che ella stessa sia destinata a rappresentare la chiusura della storia politica di Berlusconi, questo mi pare evidente. Carfagna rappresenta qualcosa di diverso e di migliore di quanti se ne sono già andati, alcuni contestando la satrapia politica nella quale FI era precipitata, altri, più tardi, per codardia e per meschini calcoli politici. Con lei, infatti, cade l’ortodossia e l’idolatria verso il capo, il padre padrone da tutti osannato, a prescindere. Berlusconi assorbirà anche questa défaillance, questo abbandono, come ha assorbito i tradimenti di Angelino Alfano e di tanti beneficiati della prima ora, ma sarà ancora più debole e ancor più esposto ai pugnali dei sicari che abbandonano la nave che affonda. Tutto sommato si tratta del ripetersi di una storia antica narrata anche prima di Machiavelli e del suo “Principe”. È l’eterna storia del potere, e della illusione di chi lo gestisce, di essere diventato un uomo speciale e finanche soprannaturale.

Si tratta degli “Arcana Imperi” raccontati da Tacito, la storia che si ripete, fatta anche dai servi che si emancipano e liberano della servitù mordendo la mano dalla quale non possono più ricevere nulla.