272019Ott
La solita storia

Doveva essere il governo del cambiamento quello che vararono Lega e M5S all’indomani di un risultato elettorale che, grazie alla legge proporzionale, aveva  sancito l’assoluta paralisi parlamentare. La mancanza di una maggioranza coesa e coerente indusse forze politiche dichiarate avversarie a fare obbligatoriamente  sintesi ed intesa su di un programma arrabattato ed ambiguo.

Con grande faccia tosta, il premier di quella coalizione è rimasto al suo posto pur essendo cambiata la maggioranza e pur essendosi formato un governo di segno  politico diametralmente opposto. Ora, per il varo del cosiddetto “Conte bis” la motivazione addotta è stata l’urgenza di porre un argine all’aumento dell’Iva e la necessità di revocare alcune leggi dell’esecutivo precedente. Il “trait d’union” tra il primo ed il secondo governo è stata la reiterazione della denominazione “governo del cambiamento”.

A voler filosofare si potrebbe affermare che il cambiamento, in quanto tale, non è di per se stesso il miglioramento delle cose. A voler ragionare di politica, si dovrebbe invece asserire che il cambiamento consiste nella radicale innovazione dei programmi e delle loro procedure attuative. Nulla di tutto questo è percepibile oggi. Il cambiamento “spacciato” dal governo giallorosso si nota, infatti, solo nel linguaggio ma non nella pratica quotidiana. Le grandi opere sono ferme al palo. Nessuno ne parla perché non insorgano contrasti: la decrescita felice dei Grillini si scontrerebbe con la volontà realizzatrice dei Piddini, quindi niente TAV e niente autostrade.

E che dire della tanto sbandierata lotta all’evasione fiscale, dagli effetti miracolistici, fatta di ceppi e manette? Parliamoci chiaro: la legge contro gli evasori esiste già da tempo ma è sempre stata largamente disattesa tranne che per lo scandaloso un percento evaso dal Cavalier Berlusconi su circa un miliardo di imposte versate nel corso degli anni. A farla franca sono tuttora i grandi gruppi industriali con le loro scatole cinesi, le multinazionali che decidono dove, come e quando pagare le tasse. Insomma: il tintinnio di manette resta per i poveracci, che mal si orientano in una selva di leggi inique e trabocchetto.

E i famosi tagli agli sprechi? Si sono limitati alla folcloristica quanto redditizia scemenza del taglio dei parlamentari, ovvero della rappresentanza popolare contrabbandata come esempio di moralizzazione dei costumi. Nulla si dice sul piano redatto dall’economista Carlo Cottarelli per tagliare i rami secchi delle partecipate statali –  circa diecimila con un disavanzo prodotto di circa cinque miliardi di euro (!!) – ovvero di quella selva di carrozzoni clientelari e di mazzette a politici e burocrati disonesti, che consentono allo Stato onnipresente ed onnipotente di gestire  monopolisticamente tutto quello che ha  ancora valore in Italia. Altro che casta!

Il cambiamento ha finora ignorato i gangli intoccabili dello Stato: Giustizia , Scuola, Sanità, Trasporti, Energia. Non un solo provvedimento ha modificato in meglio, in favore dell’efficienza, i servizi resi all’utenza. E cosa dire delle politiche in favore delle zone economicamente depresse e del Mezzogiorno, se non che il Ministero appositamente creato, non ha partorito un solo elemento di concretezza che potesse equilibrare il divario tra il Nord ed il Sud del Paese?

Insomma del cambiamento c’è solo il battage pubblicitario e quel che è tragico e che le oche del Campidoglio tacciono innanzi alla stessa identica situazione socio economica che le faceva starnazzare allorquando Salvini, nei panni del barbaro, governava  la Repubblica. Alla vigilia di centinaia di nomine di sottogoverno appetitose e munifiche per chi le ottiene, aspettiamo trepidanti che il criterio sia quello da sempre invocato: il merito, la verificata consistenza  dei requisiti e la pubblicità delle procedure di selezione dei titolati a occupare cariche. Una speranza ch’io credo risulterà ancora vana innanzi alla spartizione tra partiti, correnti e capi bastone.

Ovviamente l’ineffabile Conte ed i suoi sodali di governo ci racconteranno che la casta è stata eliminata, le pratiche clientelari abolite, i manutengoli dei politici licenziati. In ultimo ma non per ultimo,  l’emergenza lavoro, tamponata col reddito di cittadinanza, ultima forma di assistenzialismo e spreco di pubblico danaro. La precarietà è il dato distintivo del moderno e più ignobile degli  sfruttamenti: quello dell’uomo sull’uomo che innesca una guerra tra diseredati di pelle e nazioni diverse ma accomunati dalla miseria e dall’angoscia di un domani che non c’è ancora.