222019Set
Palingenesi senza catarsi

Molti sono i fattori che possono essere indicati come causa prima e vera del qualunquismo e del trasformismo che caratterizzano questa caotica fase della vita politica italiana. La sempiterna corsa alle poltrone (ed al potere) che alimenta clientele e consensi elettorali, la scarsa qualità culturale dei protagonisti giunti alla ribalta delle scene politiche, la scomparsa dei partiti intesi come forze organizzate e contraddistinte da un orizzonte di valori e di ideali percepibile e quindi noti alla gran parte dei cittadini. In sintesi: l’eclissarsi di un sistema composto da una pluralità di “offerte” che consentivano, a chi si recava alle urne, di poter scegliere tra progetti e programmi socio-economici distinti e spesso anche distanti tra loro. I partiti politici sono stati anche delle organizzazioni solidamente ramificate sui territori, che garantivano la crescita graduale e la continua formazione culturale e di esperienza dei relativi quadri dirigenti che, in seguito, sarebbero diventati classe di governo o di opposizione in Parlamento e negli enti intermedi.

Insomma: alla scuola dei partiti si formava gente che di lì a poco avrebbe saputo come affrontare il confronto dialettico, consapevole della propria identità politica e sempre in grado di proporre soluzioni alle varie problematiche che via via si presentavano sul tappeto. Il tutto nel pieno rispetto delle regole costituzionali e dell’intangibilità dello Stato democratico.

Non credo che qualcuno oggi sia in grado di identificare una sola di queste caratteristiche in una qualunque delle compagini attualmente presenti sulla scena politica e parlamentare nazionale. Tuttavia quello descritto è solo l’epifenomeno di un più profondo motivo che ha portato all’attuale degenerazione del sistema politico nostrano. Un tarlo che è stato il comune denominatore che ha contagiato e poi deteriorato il sistema, e che non ha niente a che vedere con quei fattori invocati e additati all’opinione pubblica dalla grande stampa e dai moralisti di ogni colore, come causa dello sfaldamento, ovvero: gli scandali di “Tangentopoli” e la diffusa corruttela.

Se così fosse stato, il fenomeno dell’anti-politica e del caos identitario, non si sarebbe protratto per un quarto di secolo, né sarebbero sorti i cosiddetti “partiti personali” roba di plastica che attinge più nel marketing commerciale che nella cultura e nella storia delle scienze politiche. Il vero tarlo risiede invece nel fatto che uomini e partiti si fecero travolgere dall’anti-politica, assecondando lo scandalismo, coltivando l’illusione di potersi sbarazzare degli avversari per il tramite dei magistrati politicizzati. Una scorciatoia moralistica e giacobina cha ha richiesto, negli anni, il cambio solo di simboli e facciata.

Una palingenesi, la loro, che si rinnovava senza mai conoscere una vera e propria catarsi. Un cambiamento, insomma, che non scaturisce dal convincimento degli errori commessi e dalle necessarie abiure ideologiche e metodologiche del passato. Tutti, da destra, centro e sinistra – con preponderanza per la sinistra! – hanno cambiato linguaggio, immagine, simboli e sedi. Si sono fusi ed accorpati, apparentati con altri movimenti per esigenze elettorali. Si sono scissi e ricomposti. Ma pochissimi hanno veramente mutato il loro modo di pensare e di progettare le rispettive proposte politiche. Per dirla in altre parole: molti sono stati i cambiamenti ma pochi i veri ripensamenti. Ecco allora che il trasformismo è diventato anche un modo per potersi adeguare alle mutevoli fasi dell’evoluzione della scena politica e del sistema elettorale italiano. Il qualunquismo si è trasformato nel salvacondotto per entrare a far parte (oppure guidare) di governi con programmi diametralmente opposti a quelli sposati fino a quel momento. Una baraonda instabile nella quale i partiti hanno continuato a frazionarsi mentre quelli personali non hanno mai smesso di crescere rendendo finanche indistinguibile, agli occhi dell’elettore, il tipo di politica e di provvedimenti che normalmente ci si potrebbe attendere da un determinato esecutivo.

All’atto del suo insediamento in Senato, chiesi allo spavaldo presidente del consiglio Matteo Renzi, di che tipo di governo fosse il leader. A quale modello di economia e di organizzazione dello Stato si ispirasse, visto che vi partecipavano protagonisti di passate e diverse stagioni politiche. Non ebbi risposte e né credo che le abbia avute finora il cosiddetto popolo sovrano.