152019Set
Elogio del voltagabbana

La storia del trasformismo politico in Italia affonda le proprie radici negli albori dell’Unità. Ne furono protagonisti Camillo Benso conte di Cavour, leader della destra storica liberale e conservatrice, ed Urbano Rattazzi, capofila della sinistra storica e liberal progressista, ben distinta dal “movimentismo” marxista dei socialisti massimalisti (che poi, nel 1921, diedero vita al partito comunista). Il termine “trasformismo” fu coniato dalla pubblicistica con Agostino Depetris presidente del Consiglio (occupò quella carica per ben dodici volte!).

Il premier pavese, come il nostro Giuseppe Conte, capeggiò esecutivi guidati dalla sinistra storica ma che si avvalsero spesso di compromessi stipulati con parti avverse della destra storica. Insomma: con Depretis maggioranza e opposizione andavano a braccetto. Quella stagione di strane alleanze si costruì con le stesse motivazioni con le quali oggi si tenta di giustificare e dare dignità e coerenza al cosiddetto “governo giallorosso”. Innanzitutto l’indicazione di uno stato di eccezionale contingenza, un pericolo incombente per la democrazia parlamentare e la relativa difesa della stessa. Niente di nuovo sotto il sole della nostra democrazia. Per dirla in altri termini: il classico “deja vu”.

Oggi come allora si invocava la libertà del Parlamento di potersi autogestire, le “mani libere” dei deputati di poter rispondere solamente alla Nazione ed ai suoi superiori interessi. Ipocrisie dialettiche che ancora oggi riempiono la bocca delle “facce di bronzo” che frequentano i talk show televisivi innanzi a giornalisti inginocchiati. Col Pd e la sinistra al governo insieme con i sanculotti rivoluzionari del M5S, c’è poco spazio per le torrenziali trasmissioni di Santoro assistito dal velenoso Travaglio, che scava tra le veline dei tribunali e raccoglie cenci sporchi nella pattumiera della maldicenza contro Berlusconi (oppure Salvini).

Insomma: tutto tace e ci si accorda con il nuovo che avanza. Forse, chissà critiche e polemiche arriveranno in seguito. Ma intanto, almeno per ora, questo passa il convento. E tant’è. La stessa magistratura, persa l’aura di candido ed incontaminato baluardo di comportamento, appare sotto tono perché la gente dimentichi le pratiche ed i maneggi “politici” per l’assegnazione dei posti di prestigio e di potere nelle varie procure e tribunali del Belpaese, secondo il ben noto manuale Cencelli-Palamara.

Nel frattempo i grillini si sfaldano con l’ala militante dura e pura che si rimangia quel che resta dei solenni giuramenti e dei proponimenti di ribaltare la casta e aprire il Parlamento come una scatola di tonno. I dem, di converso, si scindono in correnti ove la parte del leone la fa Dario Franceschini pupillo del presidente Mattarella. Zingaretti, con Orlando, subisce la scelta di non votare; Calenda e Richetti sbattono la porta e Renzi scinde l’antico connubio politico con Lotti e Guerini. Il tutto in attesa della (ri)partenza dell’ex rottamatore di Rignano ed il ritorno a casa della premiata ditta Bersani & Speranza. Chiariamoci. Se Atene piange, Sparta non ride.

Sul versante opposto, infatti, non mancano i topi che abbandonano la nave di Salvini non più ormeggiata nelle comode vicinanze di palazzo Chigi, sopratutto al Sud ove i capi-bastone hanno necessità di approdi e sponde governative per alimentare i favori dei clienti che controllano il voto.

La Meloni, che copia la gestualità, gli intercalari discorsivi di Giorgio Almirante per essere più attrattiva, si prende la soddisfazione di sopravanzare Forza Italia nei sondaggi e di rispolverare la protesta di piazza.

Resta infine il Cavaliere, sempre più solo, colui che ha perso il fascino del successo. E tuttavia l’uomo, che fece sognare l’Italia nel 1994, continua a sbagliare ragionando più per soddisfare il proprio ego patologico che la necessità politica. Per mesi ha bacchettato Salvini per la sua scelta di governare con i pentastellati invocandone il ritorno in un centrodestra più forte ed unito. Ma poi, quando il “truce” ha mollato l’esecutivo, si è reso indisponibile ad unirsi con lui alla protesta di piazza, smarcandosi in Parlamento ed arrivando finanche ad offrire la disponibilità degli “azzurri” a Conte in caso di necessità. Tutto questo caravanserraglio nel mentre ci si prepara a varare una nuova legge elettorale tutta proporzionare che accentuerà ancor di più le singole identità e le divisioni, privando gli italiani della possibilità di potersi scegliere coalizione e programma di governo nonché il premier che la dovrà guidare.

Una legge che lascerà le mani libere ai partiti per il dopo elezioni. Insomma: un vero e proprio scippo!! Con queste premesse incontrovertibili comincia il nuovo governo e la nuova stagione politica.

Si salvi chi può!!