272019Ago
I Sinceri Democratici

Ci siamo già espressi, dalle colonne di questo giornale, sulle cause dell’attuale caos parlamentare e governativo, conseguenza diretta del sistema elettorale proporzionale. E abbiamo già visto la “carta bianca” che ne deriva, per i partiti, liberi di gestire i voti come meglio gli pare, in barba agli impegni presi in campagna elettorale. Ed ecco, dunque, che, una volta “liquidato” il governo gialloverde, se ne profila un altro tra M5S e Pd parimenti incoerente rispetto alle posizioni assunte, in passato, da leghisti e grillini.

Da più parti, in questa fase, s’ode il richiamo alla sovranità del Parlamento (una specie di diritto al trasformismo) e l’appello a sbarrare la strada alla destra reazionaria e vagamente eversiva. Una chiamata alle armi di coloro che a tempo opportuno indossano i panni dei “Sinceri Democratici”, assurgendo al ruolo di veri ed unici difensori del regime democratico. Un tic culturale, una presunzione di superiorità morale, che affonda le radici nel passato, muovendo dalla comune fede nelle “future e progressive sorti” del Marxismo e nella vittoria finale del proletariato. Uno status particolare che accomuna tutti gli uomini di sinistra: una forma mentis di “altezzosa diversità”.

Analizzare perché nel corso degli anni, molti intellettuali, filosofi, accademici, magistrati e artisti, abbiano aderito al partito che fu di Palmiro Togliatti, ci porterebbe lontani dall’oggetto di questo articolo: basti sapere (per quello che qui necessita) che quella autorevole rappresentanza ebbe certamente a migliorare l’immagine esterna di un “movimento” che, sostanzialmente, era scelto da gente che viveva nell’illusione messianica del giorno della liberazione. 

Tra i militanti di bassa cultura tale “aspettativa” rappresentava il collante e la ragione di un’adesione piena e convinta al “credo” praticato in via Delle Botteghe Oscure. 

“Adda venì Baffone” era il mitico messaggio, la parola d’ordine che circolava nella gran massa degli elettori comunisti negli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso.

Baffone era Iosif Vissarionovič Džugašvili meglio conosciuto come Stalin che in russo significa “uomo di ferro”. Costui si era impadronito delle leve del potere dopo la morte di Lenin e quella del suo avversario (ed esule) Lev Trockij fatto liquidare, insieme a molti altri dissidenti, russi e stranieri, riparati a Mosca oppure fuggiti all’estero, perché, magari, contrari alla politica del dittatore georgiano. A partire dall’intesa contronatura siglata dall’Urss con la Germania nazista di Hitler con il patto Molotov-Ribbentrop (che fu poi alla base dello scoppio della seconda guerra mondiale). Eppure “Stalin” era considerato, dai comunisti nostrani, uno stratega, il vero vincitore del conflitto bellico, una sorta di “piccolo padre” capace di imporre militarmente il comunismo di Stato in molti paesi dell’Est Europa occupati dall’Armata Rossa.

Da tutto questo è nato il convincimento di una liceità della doppia morale dei “falce e martello” perché tutto era finalizzato alla venuta del messia liberatore ed alla vittoria del proletariato afflitto. 

Questa superiore etica dei fini ha finito per convincere i dirigenti del Pci ed i loro elettori più avveduti ed acculturati, di possedere una sorta di “sopraelevazione” sul resto del mondo (politico, s’intende). Un vecchio vizio deontologico che ha marcato a fuoco le coscienze di molti e che ancora oggi troviamo copioso tra tanti elettori di sinistra.

Non è un caso, quindi, che innanzi all’ipotesi che la destra possa riscuotere la maggioranza dei voti, si lancino appelli per salvare la “democrazia in pericolo” creando, così, le condizioni politiche ed etiche perché tutto sia ritenuto legittimo ed opportuno. I nostri “sinceri democratici” ritengono gli elettori di destra come espressione di una sub cultura politica, i leader di quella sponda tutti a vocazione totalitaria, i programmi improntati alla difesa degli interessi nazionali come scadenti e privi di valore.

Da queste stesse pagine ho censurato il populismo ed il nazionalismo avventuriero del governo gialloverde e confermo quel che ho scritto, ma la democrazia ed il rispetto delle regole vengono prima di ogni altra considerazione contingente. In democrazia i voti si contano e non si pesano: non può esistere un valore diverso a seconda di chi si sceglie nell’urna.

Il Parlamento, oggi, è sovrano ma anche frammentato, a causa di una pessima legge elettorale proporzionale, ma varare un esecutivo mettendo assieme i voti – dati in antitesi – del Pd e del M5S, costituisce una truffa per gli elettori identica a quella fatta, 14 mesi fa, da Salvini e Di Maio.

Ai “sinceri democratici” va detto che non esiste alcuna nobiltà politica né una superiore etica dei fini da raggiungere col tradimento del corpo elettorale.