232019Giu
‘O pittamme

Viviamo tempi in cui trionfano i partiti  ed i movimenti che inneggiano alla soppressione della cultura politica, eccependo che basti il buon senso e l’onestà dichiarata perché si possa governare l’Italia come un qualsiasi condominio. Pertanto sembrerà alquanto controcorrente che, in questa fase, ci sia ancora qualcuno che voglia scrivere di politica, soffermandosi, magari, su valori ed ideali frettolosamente spazzati via dal “turbillon” del populismo più spinto.

Aver detto addio alle ideologie ed ai partiti del secolo scorso, aver assistito all’avverarsi della previsione di Max Weber sulla scomparsa dei movimenti politici di massa, aver archiviato come inutili le terminologie in uso di centro, destra e sinistra, non ci esime dal ritenere ancora utile e valido il confronto tra le idee. Confronto critico tra teorie ed esperienze socio-economiche diverse che sostengono modelli diversi di Stato e di società. È forse troppo pretendere che l’elettore consapevole possa e debba scegliere tra modelli socio economici  e programmi diversi? È forse migliore la politica ove tutto pare diventato una melassa variopinta, che dequalifica la competizione tra forze e schieramenti resi indistinguibili agli occhi del votante?

Qualcuno eccepirà che la vittoria del populismo è consistita proprio nell’aver avallato l’idea che tutti siano uguali nel portato programmatico e che a distinguere i buoni dai cattivi resti solo il manicheismo giustizialista di chi si professa più onesto e più nuovo innanzi al corpo elettorale.

Goethe affermava che il diavolo si nasconde nei particolari, e fu così che mi capitò di incontrare, fortuitamente, un europarlamentare della Lega di Salvini, persona distinta ed anche telegenica essendo un habitué delle trasmissioni televisive. A costui riconobbi subito il merito di avermi chiarito le idee sulla futura politica economica del Carroccio, ovvero che, una volta cambiato tutto quel che c’era da cambiare nella vecchia e vituperata classe dirigente, nulla sarebbe cambiato sulle modalità di gestire da parte del governo. Il passato si sarebbe riproposto tal quale con facce nuove e nuovi slogan propagandistici, ma l’essenza di scialacquare i soldi del contribuente in politiche stataliste ed in enti indebitati fino al collo, sarebbe proseguita imperterrita. Immemori del fatto che la crisi italiana è la crisi del debito statale arrivato alle stelle, si sarebbe continuato a far lievitare tale debito per accontentare gli elettori. Una sintesi mirabile di come sia rimasta incoercibile la vocazione politico clientelare dei nuovi governanti in barba ai propositi di risanamento economico della Nazione. Liberali o socialisti, liberisti o statalisti, libera impresa o programmazione statale, efficientamento dei sistemi pubblici  oppure occupazione clientelare dei posti di comando, contenimento del debito oppure ulteriore uso della leva della spesa statale a debito crescente: nessuno avrebbe saputo nulla, men che meno a quale “ideale” di riferimento socio economico la nuova classe dirigente si sarebbe affidata.

L’autorevole interlocutore in cui mi capitò di imbattermi, si professò Keynesiano convinto e come tale fautore dell’intervento massiccio dello Stato nell’economia, ovvero dell’uso della leva del debito pubblico crescente, come sciaguratamente è stato fatto, in passato, anche nel nostro Paese, con i risultati che stiamo ancora scontando in termini di crisi perdurante.

Un sistema vecchio quanto il mondo, quello di usare la leva della spesa statale, per elargire sussidi, contributi, investimenti ed incentivi a fondo perduto e, mal che vada, ritrovarsi amici i clienti ed i faccendieri che di mestiere fanno gli elettori. Per dirla in altre parole: nulla di nuovo all’orizzonte del vecchio sistema pauperistico e statalista di cui anzi se ne ribadisce virtù e bontà. Resta solo da vedere di quale ulteriori capacità i nuovi politici sarebbero in possesso per far bene, utilizzando il solito metodo di governo, laddove i vecchi politici sono accusati di aver sbagliato. Ma è questa l’eterna Italia pappona e levantina che ci tocca in sorte e che ben si compendia in uno spassoso aneddoto: il nuovo ambasciatore del Regno delle due Sicilie presso il sultano della Turchia, fu fermato alla frontiera perché portava con sé un piccolo cane da compagnia. Allora era tassativamente vietato introdurre tali animali nel paese della Mezzaluna. L’ambasciatore, appurato però che nessun divieto valeva per i gatti, felice esclamò: allora ‘o pittamme (lo pitturiamo)!!