122019Mag
Il Gambero Rosso

Stiano tranquilli coloro che, benevolmente, si accingono a leggere: non sono diventato un gourmet né tantomeno mi cimento con l’affollata pattuglia televisiva di chef e cucinieri di casa nostra. Qui non si tratta di commentare la genuinità e la fragranza del noto crostaceo, ma semplicemente di poter procedere per…allegoria. A partire dal colore del gambero: il rosso. E poi dal suo famoso incedere all’indietro. Un insieme che si presta a rappresentare, simbolicamente, l’immagine di quello che fu il più grande partito della sinistra italiana: il Pci, un partito passato, nel corso degli anni, dall’adesione all’Internazionale comunista alla “metamorfosi democratica” dei nostri tempi.

Una catarsi tutta italiana che, con la caduta del Muro di Berlino, diede luogo ad una radicale trasformazione del Pci in Pds prima e Ds poi, fino a confluire successivamente, con la sinistra democristiana, una parte dei Verdi e dei Socialisti, in un nuovo soggetto a vocazione maggioritaria chiamato Pd. Un soggetto che l’allora segretario Walter Veltroni definì come “creatura nuova”, estranea alla tradizione dei vecchi partiti, sintesi moderna di un’intesa tra forze laiche e cattoliche di comune ispirazione programmatica.

Si trattava, a ben veder, della riproposizione della vecchia illusione di poter trovare una terza via, una sintesi per superare i danni ed i guasti prodotti dal socialismo, dallo statalismo ma anche dal capitalismo con le sue incongruenze e le sue disuguaglianze sociali.

A dire il vero, ci aveva già provato, trent’anni prima – anche se in maniera meno eclatante (e più infruttuosa) – con la formula dell’Eurocomunismo, Enrico Berlinguer a “cambiare” il partito che fu di Palmiro Togliatti, comunista ortodosso, con pregresse, tragiche esperienze in Russia, dove, da segretario del Comintern, indossò i panni del feroce giudice della sorte di migliaia di “compagni”, anche italiani, riparati alla corte di Stalin per sfuggire al Nazifascismo.

Nel dopoguerra, è storia più recente, il “partitone rosso” ha potuto contare politicamente su una capillare organizzazione territoriale e sulla massiccia presenza, nel sindacato, della Cgil, spadroneggiando in molti ambiti territoriali del Belpaese, in particolar modo nel centro nord Italia dove ha potuto godere di una maggioranza assoluta governando grandi Comuni, province e Regioni.

Sotto la comune matrice antifascista, spesso rispolverata ad arte, furono varate allora, leggi dissennate, riconosciuti diritti improbabili e riforme che resero esangui le casse dello Stato. Come poi siano andati i fatti, con la discesa in campo delle forze sociali politiche ed economiche che si richiamavano alla rivoluzione liberale, è storia nota.

Fu la stagione del Berlusconismo, quella del maggioritario, della lotta politica senza quartiere con l’utilizzo della “magistratura e delle manette”, in nome di  un moralismo opinabile e della personalizzazione della politica.

La sinistra in quel periodo, si affidò a figure provenienti dal retroterra democristiano, moderato, che meglio potevano attrarre il voto dei moderati e di quanti si mostravano insofferenti alla roboante politica del sogno berlusconiano.

Venne quindi il giovane rampante di Rignano quel Matteo Renzi che dichiaratosi “rottamatore” dentro e fuori il Pd, fece incetta di voti anche dei moderati delusi dalla vicenda giudiziaria e politica del Cavaliere. Ci fu chi vide nel brillante e ciarliero Renzi colui che avrebbe potuto trasformare ulteriormente il Pd facendolo approdare a nuove sponde ideali e programmatiche. Un grande partito nel quale i riformisti di ogni provenienza potessero confluire senza i lacci ed i laccioli delle vecchie politiche statali e con un mercato di concorrenza ben temperato. Insomma, l’occasione, finalmente, per andare fino in fondo accantonando le greppie ed i privilegi dello statalismo, sostituendo l’ammirazione per i capaci all’invidia ed al rancore sociale.

Il naufragio di Renzi fu anche la disillusione di poter realizzare la rivoluzione del buon senso. Ora non sarà certo Zingaretti a poter raccogliere la sfida della modernizzazione dello Stato: come un “gambero rosso”, il neo segretario del Pd si sta preoccupando di serrare le file e di tornare ai livelli elettorali  di Bersani, rispolverando il partito che tutto sostiene e niente può realizzare. Un incedere all’indietro, quello del Pd, proprio come il noto crostaceo. Un “ritorno” però all’aurea mediocrità ed alla marginalità politica, che fa da paio al cupio dissolvi di Berlusconi. Una impotente e perdurante cecità che ci ha regalato la riffa elettorale del “Vinci Salvini”.