202019Feb
Così l’Ordine dei biologi ha bruciato un tesoretto da 4 milioni di euro

I risultati nella due diligence: sette anni di gestione finanziaria che impongono una riflessione su come prevenire il dissesto delle casse professionali

INCHIESTA

Un ordine professionale commissariato per due volte in cinquant’anni, un’indagine per far luce sulle modalità di gestione dei soldi dell’ente e un tesoretto da quattro milioni di euro giocato in borsa: sono questi gli ingredienti della vicenda Onb, che sta per Ordine Nazionale dei Biologi, ente dedicato a chi di mestiere si occupa di scienza ma che, secondo il Tribunale di Roma, non avrebbe usato lo stesso rigore metodologico nella gestione del proprio bilancio.

Già commissariato nel 2011, l’organismo – che conta circa 50 mila iscritti – è finito nel mirino del Ministero della Giustizia nell’estate del 2017: l’anno prima infatti si erano tenute le elezioni dei vertici, ritenute però dai giudici del Tar del Lazio illegittime e per questo annullate. Ermanno Calcatelli, allora presidente dell’ente, decade. L’allora ministro Andrea Orlando nomina quindi il commissario Luigi Scotti con l’obiettivo di traghettare verso nuove elezioni l’ordine professionale. È così che si arriva all’elezione di Vincenzo D’Anna, il quale ordina una due diligence sui conti dell’organismo durante la direzione di Calcatelli. Contro quest’ultimo, nel frattempo, è stato aperto un procedimento penale.

Siamo a gennaio del 2018 e, insieme ad altre persone, Calcatelli viene rinviato a giudizio dal giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Roma con l’accusa di «peculato aggravato in relazione ad ingenti somme di pertinenza dell’Ordine nazionale dei biologi». Il procedimento è ancora in corso.

Ma delle due vicende di «disaffezione alle regole» degli ordini professionali – quella legata all’illegittimità delle elezioni e quella legata alla gestione dei soldi – è la situazione finanziaria ora a tornare d’attualità. Pochi giorni fa infatti l’Ordine ha pubblicato i risultati della due diligence affidata allo Studio legale tributario e internazionale Puoti, Longobardi e Bianchi sui sui flussi finanziari nel periodo compreso tra il 31 dicembre 2010 e il 23 giugno 2017.

E quello che salta all’occhio è l’esistenza di un tesoretto di 4 milioni di euro che in quegli anni – secondo quanto emerso – sarebbe stato investito in borsa, tramite trading, e poi speso senza però il rigoroso rispetto delle regole sull’approvazione delle uscite di cassa previste dalla legge per gli ordini professionali. Organismi che in Italia sono enti pubblici non economici – lo ha ribadito anche l’Autorità Nazionale Anticorruzione – e sono quindi sottoposti agli stessi principi di corretta amministrazione di un ente pubblico e all’attività di verifica delle attività per la responsabilità erariale svolta dalla Corte dei Conti.

Come dice lo stesso Ordine commentando i risultati della due diligence: «l’analisi dei movimenti finanziari evidenza che l’equilibrio finanziario dell’Ordine è stato mantenuto solo grazie al tesoretto di circa 4 milioni di euro, ormai completamente dilapidato, degli strumenti finanziari immobilizzati». Per essere più precisi, l’Ordine dei biologi parla di quasi totale assenza di delibere di idoneità a supporto delle spese che, a un certo punto del settennio, superano le entrate segnando un risultato negativo di oltre 2 milioni di euro con una tendenza al segno meno per più anni consecutivi.

«Confermo che ci fosse questo gruzzoletto di quattro milioni di euro, un tesoretto investito in borsa, in modo poco ortodosso – spiega D’Anna a La Stampa – Tra la vecchia gestione e la mia gestione c’è stato un semestre di commissariamento straordinario. Siamo diventati organi sussidiari della pubblica amministrazione e questo vuol dire che la Corte dei Conti vigila sulle nostre casse: per questo ho richiesto la due diligence, avevo bisogno di fare il punto della situazione».

Fatta eccezione per il trading, che non dovrebbe mai essere possibile con i soldi di un ente pubblico, i risultati dell’analisi sui conti in realtà non svela il dettaglio della spesa e quindi non permette di capire se quei soldi siano stati investiti in modo efficiente e per ragioni oggettivamente necessarie all’Ordine. Per fare un paragone, nell’ultimo bilancio consuntivo dell’Ordine dei giornalisti risulta una spesa di circa 5 milioni e 200 mila euro di euro con un avanzo di quasi 70 mila euro: conti in ordine, quasi in pareggio, e spese di ordinaria amministrazione.

Cosa determina dunque la coerenza o meno di una spesa in un ordine professionale? «Non siamo entrati nel merito della legittimità della spesa», conferma D’Anna che però sottolinea: «In alcuni casi però ci sono state gravi insufficienze perché anziché adottare per ogni provvedimento di spesa un atto deliberativo, si compilavano solo i verbali di discussione delle riunioni che diventavano delibere senza però che ci fosse una reale conoscenza condivisa di ciò che si stava facendo e di dove andassero le risorse».

Insomma, senza provvedimenti chiari e discussi non sarebbe stato rispettato il criterio di controllo trasparente sulle spese e quindi sul bilancio. Nel mirino poi ci sono parcelle e consulenze per quasi un milione di euro in un solo anno e la partecipazione dell’Ordine dei biologi all’Expo di Milano nel 2015, costata quasi 500 mila euro.

«Per me la presenza dell’Ordine ad Expo era opinabile – commenta D’Anna -. Ad di là di questo, ho preferito adottare il criterio che si adotta nella pubblica amministrazione, ho ritenuto cioè da ex amministratore di usare le regole della contabilità dello Stato. E quindi ogni impegno di spesa deve essere sorretto da una delibera e visionato dai componenti del Collegio e del Consiglio».

Oggi la situazione delle casse dell’Ordine qual è? «Da quanto emerso sembra che non si sia trattato di un danno, ma di una gestione allegra con spese opinabili e con delle incongruenze. Tenga conto che mancavano ad esempio i regolamenti per l’affidamento sopra e sotto i 40 mila euro di spesa, come prevedono invece le regole ANAC. Adesso abbiamo aperto l’albo pretorio per chi vuole iscriversi nell’elenco fornitori e consulenti».

In tutto questo le quote di iscrizione all’ordine sono aumentate (passando da 115-120 euro l’anno a 160-165, fino a 45 euro in più rispetto agli anni precedenti) cosa che ha suscitato non poche polemiche e fatto pensare ad uno scarica barile della cattiva gestione finanziaria sulle tasche dei professionisti. Ma D’Anna respinge con forza questa ricostruzione e spiega che «gli aumenti delle quote in realtà servono a sostenere la spesa di un milione 800 mila euro necessari a metterci in pari con gli obblighi imposti dalla Legge Lorenzin (legge n. 3/2018), che ha decretato il nostro ingresso tra le professioni sanitarie, con il conseguente obbligo di costituire la federazione nazionale degli Ordini Regionali dei Biologi. Questo per noi vuol dire creare almeno dodici presidi regionali che oggi non esistono: esiste solo quello nazionale».

A pesare sulle tasche degli iscritti però è anche il loro numero. «L’aumento delle quote non c’entra con la due diligence, c’entra con la necessità di aprire dodici strutture, con personale e costi di gestione: fossimo stati 100 mila iscritti la quota non sarebbe stata così alta, ma anche su questo voglio fare chiarezza – ribadisce D’Anna – L’iscrizione all’ordine è obbligatoria per chi esercita la nostra professione e vogliamo riuscire a recuperare chi appunto lavora pur non essendo iscritto: sto dicendo, cioè, che molte di queste persone che attualmente esercitano non sono state mai invitate a iscriversi e poiché ora siamo sotto la giurisdizione della Corte dei Conti chi non si iscrive di fatto evade la quota configurando un danno erariale. Per questo voglio sottoscrivere accordo con l’agenzia delle entrate per rintracciare chi non è iscritto».

Se l’Ordine dei biologi sta tentando di rimettere ordine nei conti e nelle regole, cosa succede negli altri ordini professionali? Quello dei biologi infatti non è il solo ente ad aver subito commissariamenti. Nel 2012 – ma non per ragioni di contabilità – fu commissariato l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma; nel settembre 2018 stessa sorte è toccata all’Ordine dei Medici di Catania. Il caso dei biologi però va oltre la semplice irregolarità delle nomine e tocca un tasto delicato: la vigilanza sulla tenuta dei conti su cui non sempre, negli ordini professionali, è facile prevenire potenziali dissesti.

Per elaborare una strategia “difensiva” servirebbero una fotografia attuale delle casse ordinistiche, con dati omogenei che però non sono disponibili anche a causa della frammentazione dei controlli.

A vigilare sulle elezioni degli organismi infatti è il Ministero della Giustizia che ha sotto di sé almeno 16 tra ordini e collegi in Italia, sia a livello nazionale sia territoriale. A questi però si deve aggiungere la costellazione di associazioni professionali non organizzate come ordini e gestita dal Ministero dello Sviluppo Economico che decide anche sulle qualifiche necessarie per potersi iscrivere a un ordine. Al Ministero della Salute spetta infine decidere qualifiche e competenze per quanto riguarda le professioni sanitarie.

Da questo quadro emerge che gli ordini riconosciuti al momento siano ventisei. Ma esiste comunque incertezza sul numero di iscritti totali e quindi sui versamenti annuali effettivi. Alla fine del 2017 la giornalista Sara Riboldi ha ricostruito la rete di enti che costellano il mondo delle professioni in Italia: fino allo scorso anno risultavano inseriti negli ordini circa 2 milioni 200 mila lavoratori. Una stima che in realtà è fatta per difetto. Gli iscritti pagano ogni anno una quota, diversa da ordine a ordine, ma che pesa in media per diverse centinaia di migliaia di euro su un singolo bilancio e spesso sono la sola e principale fonte di sostentamento degli enti. Soldi che, anche quando non sono considerati pubblici, sono comunque patrimonio comune e andrebbero gestiti con professionalità. La stessa che, paradossalmente, a volte è mancata proprio in capo a strutture create per tutelarla.