262018Ago
Sanità, Laboratori  di  Analisi. A De Luca e Ciarambino piace l’arte di arrangiarsi

Cosa direbbe Cantone se gli raccontassimo che in un’intera regione, da circa cinque anni, si consente a operatori economici privi dei requisiti generali richiesti dalla legge di aggiudicarsi sistematicamente degli appalti?

Meglio ancora, cosa direbbe se gli dicessimo che a quegli operatori economici si consente anche di garantirsi l’appalto con offerte platealmente anomale (quelle, cioè, in cui i ricavi attesi sono inferiori ai costi necessari a eseguire le prestazioni richieste)?

Saltato dalla sedia, probabilmente chiederebbe l’intervento delle forze armate per arginare un’emergenza nazionale. Ebbene, quello che accade in Campania con i laboratori di analisi è qualcosa di molto simile. Nel 2008 (e sono i primi dieci anni passati) la legge ha stabilito che chi intenda erogare prestazioni sanitarie per conto (e a carico) del Servizio sanitario nazionale debba essere in possesso di una soglia minima di efficienza che, per i laboratori, poi la Conferenza Stato Regioni, nel 2011, ha calcolato in un volume di almeno 200.000 esami all’anno.

A fine 2013 la Campania (o meglio, un commissario: la regione è in piano di rientro dal 2007) vara il piano di riassetto della rete dei laboratori, con tanto di cronoprogramma attuativo da realizzare in due anni: i piccoli laboratori che non raggiungono la soglia possono accedere all’accreditamento aggregandosi e centralizzando la fase analitica.

Il ragionamento è semplice. Se hai volumi di attività troppo ridotti per consentirti il rispetto di adeguati standard qualitativi devi consorziarti con altri in modo da condividere i costi e raggiungere quegli standard in maniera cumulativa.

Ma ogni grande cambiamento reca inevitabilmente con sé le resistenze di chi è refrattario a modificare assetti consolidati nel tempo. Quelle resistenze trovano, ovviamente, una formidabile sponda nella politica locale affamata di piccole sacche di consenso. In quei contesti si è fatta strada, dunque, una strampalata tesi secondo cui la soglia minima di efficienza potrebbe essere conseguita anche virtualmente, ricorrendo ad aggregazioni solo giuridiche (si evoca –impropriamente- il salvifico strumento della rete contratto) che, tuttavia, non centralizzano la produzione e che, pertanto, non si capisce da dove possano rinvenire adeguate economie di scala.

E così, di (italica) proroga in proroga, da cinque anni il piano di riassetto della rete dei laboratori in Campania resta, in buona parte, un miraggio.

Le conseguenze?

Da anni si consente a laboratori privi della soglia minima di efficienza, dunque carenti di un requisito che la legge esige per conseguire e conservare l’accreditamento, di svolgere esami diagnostici per conto (e a carico) del Servizio sanitario regionale.
Tenuto conto che, poi, da un lato le tariffe laboratoristiche sono, negli ultimi anni, mediamente diminuite di circa il 40% e, dall’altro, i requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi minimi siano sempre gli stessi, c’è davvero da chiedersi come quei piccoli laboratori abbiano potuto (e possano) garantire prestazioni qualitativamente accettabili.

La risposta potrebbe essere semplice, ci si arrangia!! Si eludono i contratti di lavoro ed i versamenti contributivi, si contrattano prezzi forfettari col l’ignaro utente senz fattura e quindi senza tasse, ci si arrangia con attrezzature e qualità della produzione. Per essere chiari, un sistema di illegalità diffusa, determinata dalla (quasi) inesistente attenzione della regione al fenomeno.
Ed è questo un fattore che, oltre a non garantire prestazioni adeguate all’utenza, incide in maniera rilevante anche sulle risorse complessivamente dedicate alla spesa sanitaria, poiché una cattiva prevenzione moltiplica ricoveri che dovrebbero essere evitati. Eppure in Campania le prestazioni di laboratorio pro capite sono appena 9 a fronte di una media nazionale di 14. Su di un fondo sanitario regionale di 11 Miliardi e 300 milioni di € la spesa della dei laboratori accreditati è sotto i 100 milioni di € con un costo medio di appena 3€ a prestazione. Nelle analoghe strutture a gestione statale il pagamento, invece, è a pie’ di lista e i costi molto più alti. Allora quale è l’obiettivo della strana coppia De Luca Ciarambino ? Semplice. Essere facce diverse della vecchia e cara medaglia di soddisfare clientes e procurarsi consensi elettorali. Costi contenuti e qualità delle prestazioni andassero a farsi benedire.

E tuttavia, buona parte dei laboratori campani si è, per così dire, autodeterminata e ha dato vita – tra le innumerevoli difficoltà legate a una disciplina normativa che ha assunto, a tratti, profili schizofrenici- ad aggregazioni che hanno consentito non solo il conseguimento della tanto agognata soglia minima di efficienza ma anche, e soprattutto, livelli qualitativi impensabili per atomistiche (e, ormai, anacronistiche) realtà laboratoristiche a conduzione familiare.
La stura all’atteggiamento dell’attuale commissario governativo (che, incidentalmente, è anche il presidente della giunta regionale) attendista e compiacente a quelle istanze della politica locale è, di recente, stata data dai tavoli di verifica ministeriale, che hanno bollato come assolutamente illegittime le proroghe disposte nel tempo (lo aveva, peraltro, già detto la Corte Costituzionale con la sentenza 117/2018), certificato il mancato conseguimento dell’obiettivo previsto nei Programmi operativi 2016-2018 e rimandato a settembre il governatore (in quest’ultimo caso anche con eccessiva indulgenza) sullo stato di attuazione delle aggregazioni tra laboratori.

Stupisce, per la verità, che sia mancata una ferma condanna del diffuso stato di illegalità di cui si è detto; quello che, mutatis mutandis, farebbe sobbalzare Cantone dal suo scranno.

Ma tant’è.

Di sicuro, però, dopo la verifica ministeriale è indubitabile che i laboratori che non posseggono quella soglia minima di efficienza calcolata in 200.000 prestazioni annue, se non si aggregano e centralizzano la produzione analitica in modo da conseguirla cumulativamente con altre strutture, devono essere posti al di fuori del sistema dell’accreditamento.
Ed è altrettanto indubitabile che di proroghe non può più parlarsi.

Staremo a vedere (e a vigilare).

Vincenzo D’Anna, Presidente nazionale dell’Ordine dei Biologi

[Scarica l’editoriale pubblicato su Cronache di Napoli]