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Seduta n. 807 del 12/04/2017. Intervento in Aula del Sen. Vincenzo D’Anna

Pubblichiamo il resoconto stenografico di seduta, nonché il video, dell’intervento in Aula del Sen. Vincenzo D’Anna – Discussione e approvazione del disegno di legge: (2754) Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 20 febbraio 2017, n. 14, recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città. 


D’ANNA (ALA-SCCLP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D’ANNA (ALA-SCCLP)Signora Presidente, sarò estremamente breve anche perché, per l’intimità di quest’Aula, possiamo ben scambiarci qualche cortesia: l’ora è tarda, i livelli glicemici a quest’ora sono bassissimi e anche le facoltà intellettive, per chi ne dispone (io dubito delle mie, per esempio), sono a scartamento abbastanza ridotto.

Nell’assumere l’impegno a intervenire, manifestavo la perplessità di non aver potuto approfondire, come di dovere, il testo di questo provvedimento, ma a una maggiore riflessione e a una migliore determinazione sono giunto non appena l’ho visto. Mi è allora venuto in mente, signor Presidente, quello che ebbi a leggere molto tempo fa in merito agli arcana imperii di Tacito: il governatore, il potente, il re usava in genere tre mantelli, il primo dei quali era quello della salus publica, per cui si diceva che una decisione era stata presa per tutelare la salute della gente. Il secondo mantello era quello del bonus publicum, secondo cui una decisione era stata presa per il bene della gente. Il terzo mantello, quello più lacero, si chiamava intentio (le buone intenzioni) ed era lacero perché lo si indossava frequentemente per giustificare una serie di provvedimenti o di atteggiamenti da parte dell’imperatore. In sostanza si diceva: questo problema esiste, lo abbiamo affrontato con tutte le buone intenzioni, ma purtroppo non lo abbiamo risolto. Allora indossava il mantello dell’intentio. Mi rivolgo al Governo per sapere se crede veramente che con un provvedimento di siffatta genericità si possa fronteggiare il problema dell’emergenza sicurezza in Italia. Voi veramente credete che i sindaci, ai quali da Tremonti a Padoan abbiamo tagliato il 70 per cento dei trasferimenti statali, possano avere strumenti ed armi per potersi interessare di qualcosa che è precipuamente compito dello Stato?

In sanità ormai il 60 per cento della gente paga il ticket quando non riesce a trovare il privato accreditato a cui rivolgersi. Del resto, non potendo aspettare le chilometriche liste d’attesa della sanità pubblica a gestione statale, mette mano alle tasche e tira fuori i soldi. Noi abbiamo quindi un sistema sanitario che, pur costando 106 miliardi di euro, sta assistendo meno del 50 per cento della popolazione, al di là della magnificenza con la quale lo rappresentiamo all’esterno.

Ci sono rimaste la sicurezza, la giustizia e le infrastrutture. Questi sono i grandi compiti dello Stato. Quanto alla giustizia sappiamo bene come siamo combinati: viviamo in un Paese in cui la certezza del diritto è aleatoria o perlomeno è diluita su qualche lustro, che – lo dico a me stesso – non è il termine derivante dal verbo illustrare, ma è quello usato per indicare un quinquennio; altrimenti qualcuno fa la fine dei contadini del romanzo «Fontamara» di Silone, ai quali invece di dire che toglievano l’acqua per quindici anni perché la davano al signorotto, dissero che si trattava appena di tre lustri. Noi abbiamo quindi un processo che dura dai due ai tre lustri, cioè dai dieci ai quindici anni, nel civile per la verità non si sa. Pertanto, abbiamo circa 20.000 detenuti in attesa di giudizio, la metà dei quali risulterà innocente, quindi abbiamo 10.000 persone in detenzione e anche in materia di giustizia facciamo acqua da tutte le parti. Vi era poi la scuola, che era un altro dei grandi interventi dello Stato, e sappiamo come è andata a finire con la legge sulla buona scuola, un’ottima normativa che però è stata applicata pedestremente, tanto da scontentare anche quelle 100.000 persone che, dopo tanti anni di peregrinazioni, sono state stabilizzate.

Oggi lo Stato, con il presente pseudoprovvedimento, un provvedimento dalle buone intenzioni, vuole delegare una parte del controllo di legalità e sicurezza agli enti locali. Già ci siamo spogliati creando l’Autorità anticorruzione di Cantone, a cui stiamo per dare – lo dico ai pochi colleghi rimasti – la potestà e la facoltà di sovrintendere a tutte le stazioni appaltanti di tutti i lavori che avverranno in Italia. Quis custodiet custodes? Chi sorveglierà i custodi, che avranno carta bianca? Scuola: cinque meno meno; giustizia: tre e mezzo; sanità quattro meno meno; la sicurezza la stiamo delegando a questi organismi, pletorici tra l’altro, e lo Stato la sta delegando agli enti locali, con tutte le buone intenzioni (anche quello che indossava il mantello dell’intentio aveva una buona intenzione).

Mi domando allora, signora Presidente, retoricamente e con dei livelli di glicemia piuttosto bassi, a cosa serva questo Stato, che viene ogni volta alla ribalta perché tende ad interferire nella vita degli individui, tende a normare, a proibire, ad organizzare. In America hanno scelto un’altra strada: la gente si difende, con tutti gli eccessi della difesa, per cui chi offende qualcuno o ne minaccia la vita o l’integrità sa che può rimetterci a sua volta la propria integrità. In Italia, perché non facciamo qualcosa che aumenti e qualifichi gli stipendi dei carabinieri, dei poliziotti, dei finanzieri? Perché non aumentiamo le dotazioni di questa gente? Cosa possono fare il sindaco o il comitato? Di cosa dobbiamo discutere? Dobbiamo incipriarci il volto e dire che il Governo ed il Parlamento hanno prodotto un provvedimento attraverso il quale si migliora il margine di sicurezza dei cittadini. Mi auguro che sia così, ma la mia purtroppo lunga vita, a me incomprensibile per molti versi, ha insegnato che se si cambia e si trasferisce una funzione da chi vi è preposto a chi non lo è, già si commette un errore, figuriamoci se la affidiamo a soggetti come i sindaci o i rappresentanti di altri enti locali che a stento la “sfangano”, come si suol dire, con quello che lo Stato trasferisce per l’ordinarietà delle funzioni che competono loro.

Infine, per ultima ma non per importanza, vengo alla questione della fiducia. Sono mesi che ci arrabattiamo intorno al principio di legalità, ci arrovelliamo per capire quale tipo di legge elettorale può vivificare il costume morale ed il senso civico dei cittadini riabilitando quindi il Parlamento ed i parlamentari a questa funzione che ormai viene misconosciuta, essendo stata volgarmente aggredita per scopi politici da determinati movimenti politici che operano oggi in Italia. Se però il Parlamento ogni settimana, ogni dieci giorni è chiamato in questa sede a votare la fiducia al Governo su un provvedimento presentato dal Governo, vuol dire che non si dovevano ridurre le Camere legislative da due ad una, ma si dovevano abolire entrambe. Sarebbe bastato, infatti, eleggere direttamente il Presidente della Repubblica ed eleggere direttamente, a suffragio universale, il Presidente del Consiglio, che poi si sarebbe scelto il Governo che voleva. Si sarebbero potuti inventare referendum abrogativi con appena 50.000 firme o propositivi con 200.000, arrivando così a quanto vanno proponendo i parlamentari del Movimento 5 Stelle: una nuova tipologia di democrazia, assembleare permanente, realizzato attraverso i clic sul computer.

Infatti, se in questa sede ci proponete la votazione di una fiducia a settimana, tutto quello che spendiamo è davvero inutile e a riceverne un vulnus è il Parlamento, perché chi sta al Governo se ne frega e dice: «Adesso la sfango io». Però come diceva l’amico John Maynard Keynes, l’unica cosa sicura nel medio-lungo periodo è che sarete morti. Il Governo Gentiloni non durerà venti anni e dunque lascerete al prossimo Presidente del Consiglio una costumanza – come ha fatto Renzi che ci ha fatto votare una sessantina di voti di fiducia – una prassiologia che è la negazione della democrazia e che consentirà ad altri di “mettere sotto i piedi” le vostre istanze, quando non sarete al Governo. Tale prassi, in questa sede, soggiace alle piccole manovre e ai piccoli interessi di un Governo asfittico, che si deve mantenere e che alla fine la sfanga, poiché non serve una maggioranza qualificata – e questa è un’ altra “imbecillaggine” che si dovrebbe correggere – perché le opposizioni sono frazionate e con 140 o 145 voti su 320 senatori porta a casa il risultato, che è stato confezionato a palazzo Chigi e che, con l’apposizione della questione fiducia, è stato decorticato da ogni forma di intervento parlamentare attraverso gli emendamenti.

Allora, egregi signori, aveva ragione Tacito: il più lacero dei mantelli è ancora l’intentio, ovvero la buona intenzione, che è contenuta nel documento al nostro esame, ma che non cambia la natura e la vocazione tirannica di questo Governo, rispetto al quale non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo altro che dire no.